Finalmente è disponibile la pagina di prodotto!

Jason Stoddard, Co-fondatore e “progettista analogico” di Schiit Audio, ha tenuto un’evento in streaming per la presentazione di due nuovi prodotti che potrebbero, di fatto, rimescolare un po’ le carte nel panorama audio.

Uno soprattutto.

Quello su cui mi concentrerò in questo articolo e che ha irrimediabilmente catturato la mia attenzione all’istante.

Sto parlando di Skoll. Anche se devo ammettere che pure Midgard è, tutto sommato, interessante a livello di tecnologia implementata…
Ma sto bruciando le tappe.

Tornando a noi: Skoll.
Perché ha catturato la mia attenzione quando, tutto sommato, il mio preamplificatore phono può essere considerato un punto di arrivo per molti (me incluso)?

Semplice: ha tutto a portata di mano!
E dovrebbe essere almeno al livello del mio RHQ-10 in termini di qualità sonora.
Forse, azzardo, anche qualcosa meglio perché la RIAA implementata completamente in maniera passiva porta, o meglio dovrebbe portare, a una miglior gestione delle rotazioni di fase in corrispondenza di poli e zeri del circuito di equalizzazione. Ergo: dovrebbe essere più coerente dal punto di vista temporale a tutto vantaggio della ricostruzione della scena.
Altra chicca che potrei sfruttare, previa realizzazione di cavo ad hoc, è l’ingresso bilanciato XLR. L’uscita XLR verrà sfruttata sicuramente – Kara docet.

La cosa che, più di tutto, mi interessa è il fatto di poter modificare le impostazioni di impedenza di ingresso e guadagno senza dover necessariamente, e fisicamente, scollegare il preamplificatore dal sistema, aprire il coperchio e muovere dei ponticelli al suo interno. Con Skoll la cosa si può fare standosene seduti in poltrona tramite il telecomando fornito in dotazione!

Il Rotel, inoltre, ha due sole impostazioni di guadagno fisse (monta, però, un potenziometro che può essere abilitato sul circuito ad alto gain al fine di ridurro se necessario – che è un po’ un controsenso dato che costringe a far lavorare l’unità nella sua impostazione “peggiore” dal punto di visto di THD e SNR ed inserire nel circuito un potenziometro che, seppur di ottima fattura, deve essere utilizzato con cognizione di causa e bilanciato – le regolazioni per i due canali sono separate – per essere sfruttato appieno) e ha due sole impedenze selezionabili: 47 kΩ/100 pF o 100 Ω. Punto.

Questa limitazione, che avevo anche prima col mio pre phono autocostruito (potevo montare sia MM che MC ma dovevo necessariamente continuare ad inserire/disinserire lo step-up nella catena), è il vero collo di bottiglia del mio sisema analogico: per pigrizia resto fermo ad una sola testina finché non arriva il momento di sostituirla.
Se, da un lato, la cosa mi porta a comprare testine dal rapporto prezz/prestazioni favorevole dall’altro, inevitabilmente, mi porta a non spendere “troppi” soldi in una testina che non sfrutterei a fondo perchè la maggior parte dei miei ascolti sono, ormai, casuali…
Poter gestire carichi e gain mi permetterebbe di investire in una testina di maggior qualità, MM/MC/MI che sia, da utilizzare per gli ascolti “fatti bene” e in una testina “base” per tutti gli altri ascolti. Il mio ideale è una buona MM con stilo sostituibile per gli ascolti quotidiani e una MC per gli ascolti “di livello”…

Per l’amore del cielo: l’RHQ-10 funziona alla grande, e mi garantisce ascolti decisamente appaganti in abbinamento alla MC Vivo Blu, (attualmente in uso senza step-up con sommo stupore – scriverò qualcosa a riguardo più avanti) ma dopo aver toccato con mano, e provato sul campo, le amplificazioni Schiit mentirei se dicessi che l’idea di mantenere lo stesso marchio per le elettroniche di amplificazione non mi è mai passata per la testa…
Meno male che non fanno giradischi, questo lo hanno fatto per un breve periodo e solo per il mercato americano (ed era una BOMBA), e lettore SACD. O forse è un peccato?

Nel frattempo: è partita la raccolta fondi che a Natale prevedo un paio di nuovi arrivi. Sempre in livrea nera e sempre Americani…

Squadra che vince non si cambia!

Ora confido nell’importatore italiano ProAudio Italia per avere tutte le informazioni utili all’ordine.

PS: non credo che voi di Schiit leggerete questo mio articolo ma qualora lo faceste, vi prego, rimettete in pista Sol.
E fatene anche una versione per noi comuni mortali con linee elettriche a 230 V / 50 Hz!

Schiit Vidar 2 – Prime impressioni

Ebbene si.

Venerdì mi è stata consegnata l’accoppiata pre+finale americana. Schiit Kara e Vidar 2 hanno fatto il loro ingresso in casa mia.

Per meri motivi logistici, per installare Kara avrei dovuto rivedere completamente la disposizione del rack SolidSteel, ho dato priorità al finale che ho prontamente installato, con non poca fatica, al posto del Rotel RB-1582.
Preciso che nelle operazioni di unboxing del Vidar 2 l’impianto era in funzione così da avere modo di fare un “cambio al volo” e comparare i due finali sul breve periodo. Prima di installare lo Schiit al posto del giapponese ho fatto una mezz’ora di ascolti mirati con il Vidar 2 alimentato così da verificarne il corretto funzionamento a vuoto e fare in modo di preriscaldare un minimo le componenti interne e non metterlo alla prova da “freddo”.

Prima di parlare di come suona, però, penso sia opportuno descriverlo un po’:

Arrivando dal Rotel 1582 il Vidar è decisamente piccolo e leggero; pesa quasi la metà del giapponese, 10 kg contro 18 kg, ed è anche decisamente più basso, più corto e decisamente più stretto ma non per questo più maneggevole… La massa del Rotel è ben distribuita essendo il trasformatore praticamente centrale, lo Schiit invece ha il trafo, e quindi la gran parte del peso, nella parte frontale del dispositivo. Una volta sullo scaffale, però, si tratta di un non problema e, grazie anche alle dimensioni ridotte, la pulizia del mobile risulta più agevole.
Nota a margine ma non troppo: il Vidar 2 “deve” essere impugnato dalle alette di raffreddamento in quanto i dissipatori sono esposti e fungono da elemento portante per la struttura. Non sono taglienti ma nemmeno smussati per cui un po’ fastidiosi da maneggiare fino a che non si trova il corretto equilibrio di sollevamento (presa a circa 1/3 della profondità dal frontale).

A livello elettrico i due finali sono decisamente differenti ma non troppo: entrambi sono caratterizzati da uno stadio di potenza a transistor bipolari, o BJT, ed entrambi accettano ingressi SE per segnali stereo. Qui finiscono le similitudini…
L’americano eroga la metà della potenza del giapponese, 100 W contro 200 W, ha un damping factor dichiarato potenzialmente peggiore >100 contro 1000, ma monta un trasformatore più prestante, 600 VA contro i 500 VA del 1582, ha una banda passante ±3 dB decisamente migliore, 3 Hz÷500 kHz contro 15 Hz÷100 kHz, un SNR migliore, 123 dB contro 116 dB e, soprattutto, una distorsione armonica totale migliore di un ordine di grandezza, 0,004% (poco meno di 90 dB) contro 0,03% (circa 70,5 dB).

Aggiungo, infine, che Vidar 2, acquistato in livrea nera, costa meno di € 1000,00 – non sono previsti sconti dal listino – ovvero circa il 30/40% del mio Rotel da nuovo…

Voi, però, vorrete sapere come suona…

E dovrete aspettare il prossimo articolo.

Schiit Magni+ e Modi+ Vs. Musical Fidelity V90-HPA con Philips Fidelio X1

Si, lo so, le mie cuffie non sono il massimo per poter esprimere giudizi su amplificatori dedicati perché caratterizzate da un carico decisamente facile da pilotare e, oltretutto, da una sensibilità elevata per permettere il loro utilizzo anche con dispositivi portatili senza, teoricamente, troppi problemi di interfacciamento. Devo dire che, a mia discolpa, non ho mai avuto un amplificatore per cuffie in grado di gestire senza problemi carichi più ostici… Fino ad ora.
Potrei dotarmi di qualcosa di più “audiophile” e di difficile pilotaggio nel futuro prossimo (Sennheiser HD660S2).

Fatta questa premessa penso sia arrivato il momento di esprimere un giudizio sull’accoppiata americana che ho acquistato il mese scorso, in sostituzione dell’inglesino, con il duplice intento di “assaggiare il suono Schiit” e dotarmi di qualcosa di più completo dal punto di vista prestazionale anche in funzione del blog.
Ammetto che non mi dispiacerebbe “buttarmi” nella mischia del mondo cuffie e compagnia.

Tornando a noi:
Ha senso comparare l’accoppiata Schiit con un V90-HPA?
La mia risposta è: alla luce del prezzo di listino americano direi di si. Alla luce del prezzo di listino italiano pure (anche se gli americani costano un centinaio di € in più – sono anche due dispositivi separati – si tratta pur sempre dei prodotti di accesso al catalogo dei due marchi).
OK, vi sento dire che il V90-HPA non è più in produzione e adesso ci si dovrebbe rivolgere a V90-DAC e V90-BPA ma… Io arrivo dal V90-HPA e quello è il mio metro di paragone.

I due sistemi sono stati collegati all’iMac con dei generici cavi USB, il Modi+ col cavo fornito in dotazione, il collegamento tra Modi+ e Magni+ è stato fatto con VanDamme Pro Grade Classic XKE Instruments terminato REAN, le Fidelio sono state collegate ad entrambi gli ampli con loro cavo fornito in dotazione. Magni+ è impostato per lavorare con guadagno al minimo (ma non negativo).
L’unico componente non standard presente era l’alimentatore del V90-HPA: invece dell’originale, e rumoroso, alimentatore switching 12 V 500 mA ho utilizzato un altro alimentatore, sempre switching, in grado di erogare 1 A.

Ho utlizzato i due SW che uso abitualmente per ascoltare musica ovvero Apple Music e Audirvana 2.0.
Ho installato sul Mac il plugin LosslessSwitcher per permettere la riproduzione Bit Perfect anche da Music (di default macOS esegue il ricampionamento alla risoluzione predefinita impostata da “MIDI Setup” per la periferica in uso).
Audirvana, invece, è configurato per effettuare un upsampling fisso a 2x per le sole tracce campionate a 44,1 e 48 kHz. Avendo utilizzato solo FLAC derivanti da CD ho sempre lavorato a 88,2 kHz.

Per puro spirito di iniziativa ho anche provato a collegare le cuffie all’iPad (ottava generazione), con un generico cavo audio per PC, giusto per avere anche un’idea del suono delle cuffie con un dispositivo portatile abbastanza diffuso.

Gia collegate all’iPad le cuffie non suonano “male” ma, abituato ad anni di utilizzo con il V90 (ma anche a un decina di giorni con l’accoppiata Schiit), sapevo che non stavano suonando al loro meglio.
I bassi sono un po’ arretrati, gli alti un po’ troppo presenti e fastidiosi ma, soprattutto, l’immagine sonora è inscatolata all’interno delle cuffie. È tutto lì e non c’è minimamente l’illusione di un campo sonoro che avvolge l’ascoltatore.
I suoni arrivano dall’orecchio destro, dall’orecchio sinistro o da entrambi.

Collegando le cuffie al Musical Fidelity, e pareggiando il volume, le cose migliorano sensibilimente: i bassi si fanno più corposi ed articolati, la gamma media prende vita e la gamma alta si mette in riga.
La cosa, però, che colpisce maggiormente è il fatto che il suono non parte più “dalle cuffie”; il palco si allarga e prende forma: c’è separazione tra gli strumenti e c’è aria e spazio tra loro.
Questo è il suono a cui sono sempre stato abituato e che pensavo fosse il massimo ottenibile dalle mie cuffie.
Fino all’arrivo delle scatolette nere.

Collegando Modi+ e Magni+ si ha esattamente lo stesso tipo di passo avanti.
Non scherzo.

Il suono prende corpo in tutti i sensi: non pensavo che le mie X1 potessero suonare tanto “vere”.
La cosa più sorprendente, però, è il fatto che il palcoscenico non solo si allarga ulteriormente ma, finalmente, prende forma anche in profondità. I panning non suonano più solo da DX a SX e viceversa ma “passano di fronte” all’ascoltatore.

Magni+ ha dalla sua anche una riserva di potenza inarrivabile per il V90-HPA, parliamo di 250 mW per canale contro quasi dieci volte tanto, ma l’inglese ha comunque un’ottima dinamica, complice anche la sensibilità delle Philips, e una buona velocità di risposta.
Con cuffie più ostiche sicuramente le differenze sarebbero decisamente più marcate.

Tirando le somme: se prima ero soddisfatto degli ascolti con il V90-HPA era solamente perché non avevo mai ascoltato le Fidelio X1 al massimo delle loro potenzialità…
Non fraintendetemi, il Musical Fidelity è un buon DAC e amplificatore per cuffia, non posso negarlo. Schiit Modi+ e Magni+ sono, però, su un altro livello.

Adesso capisco perché molti li considerano dei punti di arrivo e non di partenza…

Next step: portare Modi+ nell’impianto “dei grandi” e vedere come se la cava.