Si, lo so, le mie cuffie non sono il massimo per poter esprimere giudizi su amplificatori dedicati perché caratterizzate da un carico decisamente facile da pilotare e, oltretutto, da una sensibilità elevata per permettere il loro utilizzo anche con dispositivi portatili senza, teoricamente, troppi problemi di interfacciamento. Devo dire che, a mia discolpa, non ho mai avuto un amplificatore per cuffie in grado di gestire senza problemi carichi più ostici… Fino ad ora. Potrei dotarmi di qualcosa di più “audiophile” e di difficile pilotaggio nel futuro prossimo (Sennheiser HD660S2).
Fatta questa premessa penso sia arrivato il momento di esprimere un giudizio sull’accoppiata americana che ho acquistato il mese scorso, in sostituzione dell’inglesino, con il duplice intento di “assaggiare il suono Schiit” e dotarmi di qualcosa di più completo dal punto di vista prestazionale anche in funzione del blog. Ammetto che non mi dispiacerebbe “buttarmi” nella mischia del mondo cuffie e compagnia.
Tornando a noi: Ha senso comparare l’accoppiata Schiit con un V90-HPA? La mia risposta è: alla luce del prezzo di listino americano direi di si. Alla luce del prezzo di listino italiano pure (anche se gli americani costano un centinaio di € in più – sono anche due dispositivi separati – si tratta pur sempre dei prodotti di accesso al catalogo dei due marchi). OK, vi sento dire che il V90-HPA non è più in produzione e adesso ci si dovrebbe rivolgere a V90-DAC e V90-BPA ma… Io arrivo dal V90-HPA e quello è il mio metro di paragone.
I due sistemi sono stati collegati all’iMac con dei generici cavi USB, il Modi+ col cavo fornito in dotazione, il collegamento tra Modi+ e Magni+ è stato fatto con VanDamme Pro Grade Classic XKE Instruments terminato REAN, le Fidelio sono state collegate ad entrambi gli ampli con loro cavo fornito in dotazione. Magni+ è impostato per lavorare con guadagno al minimo (ma non negativo). L’unico componente non standard presente era l’alimentatore del V90-HPA: invece dell’originale, e rumoroso, alimentatore switching 12 V 500 mA ho utilizzato un altro alimentatore, sempre switching, in grado di erogare 1 A.
Ho utlizzato i due SW che uso abitualmente per ascoltare musica ovvero Apple Music e Audirvana 2.0. Ho installato sul Mac il plugin LosslessSwitcher per permettere la riproduzione Bit Perfect anche da Music (di default macOS esegue il ricampionamento alla risoluzione predefinita impostata da “MIDI Setup” per la periferica in uso). Audirvana, invece, è configurato per effettuare un upsampling fisso a 2x per le sole tracce campionate a 44,1 e 48 kHz. Avendo utilizzato solo FLAC derivanti da CD ho sempre lavorato a 88,2 kHz.
Per puro spirito di iniziativa ho anche provato a collegare le cuffie all’iPad (ottava generazione), con un generico cavo audio per PC, giusto per avere anche un’idea del suono delle cuffie con un dispositivo portatile abbastanza diffuso.
Gia collegate all’iPad le cuffie non suonano “male” ma, abituato ad anni di utilizzo con il V90 (ma anche a un decina di giorni con l’accoppiata Schiit), sapevo che non stavano suonando al loro meglio. I bassi sono un po’ arretrati, gli alti un po’ troppo presenti e fastidiosi ma, soprattutto, l’immagine sonora è inscatolata all’interno delle cuffie. È tutto lì e non c’è minimamente l’illusione di un campo sonoro che avvolge l’ascoltatore. I suoni arrivano dall’orecchio destro, dall’orecchio sinistro o da entrambi.
Collegando le cuffie al Musical Fidelity, e pareggiando il volume, le cose migliorano sensibilimente: i bassi si fanno più corposi ed articolati, la gamma media prende vita e la gamma alta si mette in riga. La cosa, però, che colpisce maggiormente è il fatto che il suono non parte più “dalle cuffie”; il palco si allarga e prende forma: c’è separazione tra gli strumenti e c’è aria e spazio tra loro. Questo è il suono a cui sono sempre stato abituato e che pensavo fosse il massimo ottenibile dalle mie cuffie. Fino all’arrivo delle scatolette nere.
Collegando Modi+ e Magni+ si ha esattamente lo stesso tipo di passo avanti. Non scherzo.
Il suono prende corpo in tutti i sensi: non pensavo che le mie X1 potessero suonare tanto “vere”. La cosa più sorprendente, però, è il fatto che il palcoscenico non solo si allarga ulteriormente ma, finalmente, prende forma anche in profondità. I panning non suonano più solo da DX a SX e viceversa ma “passano di fronte” all’ascoltatore.
Magni+ ha dalla sua anche una riserva di potenza inarrivabile per il V90-HPA, parliamo di 250 mW per canale contro quasi dieci volte tanto, ma l’inglese ha comunque un’ottima dinamica, complice anche la sensibilità delle Philips, e una buona velocità di risposta. Con cuffie più ostiche sicuramente le differenze sarebbero decisamente più marcate.
Tirando le somme: se prima ero soddisfatto degli ascolti con il V90-HPA era solamente perché non avevo mai ascoltato le Fidelio X1 al massimo delle loro potenzialità… Non fraintendetemi, il Musical Fidelity è un buon DAC e amplificatore per cuffia, non posso negarlo. Schiit Modi+ e Magni+ sono, però, su un altro livello.
Adesso capisco perché molti li considerano dei punti di arrivo e non di partenza…
Next step: portare Modi+ nell’impianto “dei grandi” e vedere come se la cava.
Oggi mi appresto a scrivere la mia prima recensione di un amplificatore integrato. Nonché la prima di un’elettronica del blog.
Partiamo, però, dal principio…
Primo contatto:
Il V1.0G è, di fatto, uno scatolino di dimensioni, e peso, paragonabili a quelle di uno switch ethernet a 5 porte. È completamente in alluminio anodizzato e trasmette una buona sensazione di solidità e cura costruttiva. Il frontale è caratterizzato unicamente dall’interruttore, a leva metallica, e dalla manopola del volume; il V1.0G, come quasi tutti gli amplificatori del marchio cinese, ha un solo ingresso RCA per cui non serve effettivemente altro. Sul retro troviamo il connettore di alimentazione, che accetta tensioni di lavoro nel campo 12÷24 V
L’unico appunto che mi sento di poter fare, lato hardware accessibile all’utente, riguarda i morsetti di uscita che, nonostante accettino senza problema connettori a banana da 4 mm, hanno una corsa e una spaziatura tale da rendere ostico l’utilizzo di cavi spellati di diametro superiore a 1,5 mm2 e/o cavi particolarmente rigidi. Il rischio cortocircuito da “fuga del cavo” è davvero dietro l’angolo.
Ciò che stupisce maggiormente, ma che ha senso da un punto di vista prettamente elettronico/ingegneristico, è il fatto che l’alimentatore fornito, anch’esso a marchio Fosi Audio, è decisamente più imponente e pesante dell’unità principale. La cosa è, però, motivada dal fatto che il grosso del lavoro “di potenza” viene svolto proprio dall’alimentatore stesso.
Si tratta di un’unità switching, niente alimentatori lineari a questo prezzo (e ci mancherebbe pure), da 19 V in grado di erogare, sulla carta, 4,7 A / 90 W. Dico sulla carta non perché non mi fidi di quanto dichiarato ma perché, banalmente, non sono in grado di dimostrare il contrario portandolo al suo limite operativo. L’alimentatore è, ovviamente, in plastica ed ha un solo grande punto debole: non ha connettore di terra con cui creare riferimento di massa per l’impianto. Non si tratta, in realtà, di un problema vero e proprio (anche altri dispositivi ben più blasonati e costosi, MOLTO più costosi, sono sprovvisti di connettore di terra) ma sarebbe stato un, seppur piccolo, valore aggiunto.
Ci tengo a segnalare, infine, che l’amplificatore di per sé non scalda minimamente; almeno non durante un uso di qualche ora a volumi normali/moderati sulle Spendor SP3/2R2, che sono sì un carico benigno essendo 8 ohm nominali con un minimo (dichiarato) a 6,8 ohm, ma è anche vero che non sono dei mostri di efficienza, 88 dB/1 W/1 m, e quindi richiedono comunque un po’ di corrente per muoversi a dovere. L’alimentatore, in compenso, tende a diventare caldo per cui dedicherei spazio a quello più che all’ampli in sé.
Primo ascolto:
Come già accennato qui ho acquistato l’amplificatore oggetto della recensione, sfruttando un’offerta su Amazon.it, per alimentare le Indiana Line Luna che andrò a montare all’esterno per sonorizzare l’area giochi e, soprattutto, la zona pranzo/BBQ che ho appena terminato di allestire.
Dovendo, però, ancora acquistare il necessario per tirare le tracce di collegamento ampli/diffusori ho deciso di “giocare” un po’ e collegare il piccolino all’impianto “dei grandi” per cui l’ho inserito tra le Spendor SP2/3R2, appunto, e il Denon DCD-A100. Sarò sincero: mi ha inizialmente stupito in positivo; nonostante tutto lo scetticismo di cui ero carico il piccoletto suonava. E, in relazione al prezzo d’acquisto, suona anche decentemente!
Il piccolino suona forte, e suona forte SUBITO; non serve aumentare di molto il volume per raggiungere pressioni sonore, anche, elevate. La spiegazione a questo comportamento è semplice: il potenziometro montato è lineare e non logaritmico; di conseguenza la pressione sonora aumenta in modo, paradossalmente, non lineare come ci si aspetterebbe. Il perché di questo paradosso è spiegato, abbastanza bene, in inglese, qui.
Tornando al suono, che alla fine è ciò che conta per ascoltare Musica, la prima cosa che ho notato è stata una gamma media un po’ esuberante e ruffiana, ma non colorata, a tutto svantaggio del resto del messaggio sonoro che risultava arretrato in basso e un po’ offuscato/confusionario in alto. Questo, però, con un ascolto di soli cinque minuti in cui, di fatto, i diffusori non erano ancora in grado di esprimersi al loro meglio*.
Il solo brano che sono riuscito ad ascoltare in questo primo contatto è stato il seguente: – Roadhouses & Automobiles: prima traccia del CD omonimo di Chris Jones.
*Tratterò questo argomento in dettaglio nel prossimo futuro
La Prova nell’impianto dei “Grandi”:
Prima di mettermi comodamente in poltrona ho fatto sgranchire le gambe all’impianto per una buona mezz’ora, a volumi di ascolto normali, per due motivi legati ad una mia deformazione professionale: – Ogni apparecchiatura elettrica/elettronica che prevede un’elaborazione di segnali necessita di un periodo di riscaldamento per raggiungere il proprio regime termico di esercizio e le condizioni di miglior linearità previste in fase di progetto. Non aspettatevi modifiche della risposta in frequenza o una maggior erogazione di corrente da parte dei finali quanto, piuttosto e appunto, una miglior linearità di risposta alle varie intensità di segnale. – Più che le elettroniche, che a questo livello di “precisione” hanno poco margine di miglioramento operativo, il vero punto debole sono i trasduttori che necessitano, per forza di cose, di un po’ di riscaldamento per potersi sciogliere operare correttamente.
Passata la mezz’ora di riscaldamento, in cui io ero beatamente dall’altra parte della casa senza minimamente curarmi del suono emesso dal sistema ho cominciato a fare sul serio armato di alcuni CD, SACD e di tablet per la gestione dello streaming dal Mac Mini. Ricordo, a questo proposito, che il DCD-A100 può essere utilizzato anche come DAC sfruttando gli ingressi ottico/coassiale che supportano segnali campionati fino a 24 bit / 192 kHz.
Per i dettagli circa i cavi utilizzati e la configurazione dell’impianto rimando alla pagina di descrizione dello stesso accessibile dal menù sulla sinistra.
I dischi utilizzati per la prova di ascolto sono i seguenti:
Un ascolto approfondito, e decisamente più mirato, ha confermato le impressioni iniziali circa una gamma media decisamente in evidenza sul resto del messaggio sonoro e che, a tratti, può risultare anche fastidiosa e, passatemi il termine, nasale. Con brani prettamente acustici o, comunque, non particolarmente carichi, la resa è buona e, per certi versi, più che soddisfacente; quando, però, entrano in gioco chitarre, magari distorte, e tastiere la situazione si complica perché il tutto viene portato in primo piano. L’unico altro, vero, tallone d’Achille del piccoletto è, putroppo uno soltanto: l’elevata sensibilità di ingresso conferisce da un lato un’ottima “macro” dinamica ma dall’altro ammazza, quasi completamente, la “micro” dinamica. I passaggi dinamici vengono tutti, irrimediabilmente, compressi per cui si perdono non solo alcune sfumature esecutive ma anche la resa del cosiddetto “palcoscenico virtuale” ne risente. Tutti gli strumenti suonano ben separati ma più vicini e quasi sovrapposti in alcuni frangenti.
È la prima volta che mi trovo davanti ad un amplificatore in grado di mantenere una, a tratti ottima, resa di quello che a molti piace chiamare “nero infrastrumentale” senza rendere, però, pienamente l’idea dello spazio presente tra gli strumenti… E il mio impianto di riferimento non è certo un mostro in termini di estensione della scena.
La gamma bassa, seppur effettivamente arretrata rispetto alla gamma media, è particolarmente solida e limpida: suona “piano” ma suona decisamente bene e convincente. Anche qui si sente un po’ l’effetto di compressione dovuto all’elevata sensibilità di ingresso ma, essendo il nostro udito meno sensibile a queste frequenze, la compressione dinamica è forse un vantaggio perché, altrimenti, in virtù della “debolezza” sulla gamma media si richierebbe la perdita di informazioni. Il problema, vero, di questa carenza in gamma bassa, almeno a mio modo di vedere, è che gli strumenti perdono corpo e diventano tutti, TUTTI, piccoli. Il pianoforte di Allevi sembrava un gran bel pianoforte, niente da dire, ma verticale; non un Grand Piano.
La gamma medio-alta è quella che ha destato più critiche perché molto buona ma altamente sensibile al resto delle gamme in riproduzione… Qui spiegarmi potrebbe essere difficile ma ci provo: un esempiosu tutti è “Portami Via” di Allevi; nel brano ci sono passaggi che spaziano dalla 4^ alla 6^ ottava e qui il piccolo andava letteralmente in risonanza introducendo una distorsione di intermodulazione davvero avvertibile e, manco a dirlo, fastidiosa. Lo stesso comportamento, più in piccolo, era avvertibile anche in alcuni passaggi dell’album di Jones in cui gli armonici della chitarra capitava prendessero il sopravvento sul resto; o anche in “X Colpa di Chi” in cui il pianoforte del ritornello arrivava a sovrastare la voce di Zucchero…
La gamma alta, in compenso, è coerente e, nonostante sia comunque arretrata sulla gamma media, bilanciata e apprezzabile.
Attenzione però: NON si tratta di difetti tali da rendere impossibile ascoltare Musica con il piccoletto e si tratta, anzi, di “difetti” minimi che vengono fuori dopo ore di ascolto mirato e comparandolo con una combo pre+finale che ho pagato, usati e modifica Aurion sul RC-1570 inclusa, oltre 40 volte l’oggetto della recensione.
E in un impianto più semplice?
Domenica pomeriggio, complice un’oretta libera, ho installato il Fosi Audio in quella che sarà la sua collocazione definitiva e l’ho abbinato, provvisoriamente, a due Philips 22-RH422 e alla Airport Express per sonorizzare il garage.
Ebbene con una spesa davvero irrisoria ho messo in piedi un impianto minuscolo con cui ascoltare Musica in garage senza dover scendere troppo a compromessi con un’ottima resa delle voci e degli strumenti acustici.
Suona a livello dell’impianto di riferimento? Assolutamente no. Suona a livello del secondo impianto che avevo in cucina? Decisamente si. Meno esuberante ma altrettanto godibile e, oltretutto, decisamente più forte.
Concludendo:
Il Fosi Audio V1.0G è un piccolo amplificatore con un solo ingresso RCA e una manopola del volume. Non è un amplificatore di riferimento ma, signori, avendolo pagato € 40,00 non ci penserei due volte prima di acquistarlo di nuovo!
È migliorabile? Sicuremente si ma la cosa comporterebbe un aumento di costi e, quasi sicuramente, di dimensioni andando a snaturare il prodotto in sé.
Resta il fatto che, alla luce di quello che sarà il mio utilizzo, è praticamente perfetto. L’unica cosa di cui sento la mancanza è la possibilità, dopo averlo installato in garage, di poter gestire due coppie distinte di diffusori. Ma questa e tutta un’altra storia.
Pro – In relazione al prezzo di acquisto:
Resa sulle voci maschili e femminili
Macro dinamica
Velocità nei transienti
Intelleggibilità del messaggio sonoro/separazione strumentale
Contro – In relazione al prezzo di acquisto:
Microdinamica compressa
Scena sonora poco sviluppata sia in profondità che in larghezza
Gamma bassa arretrata
Gamma media a tratti irruenta nei passaggi più dinamici
Potrei guadagnare commissioni per tutti gli acquisti eseguiti su Amazon.it nella sessione immediatamente successiva all’apertura del link riportato nel testo dell’articolo.
Ammetto di averlo acquistato, senza grosse pretese in termini di “Alta Fedeltà”, per pilotare le Indiana Line Luna (acqusitate usate dopo la più che positiva esperienza con quelle installate nell’impianto HT) che saranno montate in giardino.
Non avendo ancora predisposto nulla in termini di impianto esterno, devo di fatto comprare tutto il materiale necessario tra canaline, cavi e compagnia cantante, ho deciso di sperimentare un po’ e vedere come se la cava il piccoletto. Dato il prezzo praticamente irrisorio su Amazon, potrei pensare di prenderne un secondo esemplare da mettere in studio per amplificare due monitor nearfield…
Cosa intendo per “sperimentare”? Semplice: ieri l’ho collegato tra il Denon DCD-A100 e le Spendor SP3/2R2 convinto di andare incontro a una sonora delusione e invece…
L’ho ascoltato per cinque minuti scarsi ma, ragazzi, il piccoletto suona decisamente bene per il suo prezzo d’acquisto!
Di primo acchito l’ho trovato po’ ruffiano sulla gamma media e poco convincente nel resto, soprattutto in alto, ma l’ho ascoltato davvero troppo poco per poter esprimere un giudizio verosimile.
Nel corso dei prossimi giorni lo metterò alla prova per bene e vi sarò dire qualcosa in più.
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