Schiit Kara: la recensione – Finalmente!

Ebbene si: è arrivato finalmente il momento di scrivere due righe sul piccolo prodigio che è Kara.

Badate bene: non credo di esagerare nel definire questo preamplificatore un “piccolo prodigio”.
È oggettivamente il preamplificatore linea, bilanciato e multi ingresso/uscita, più piccolo che io abbia mai visto ed è caratterizzato, come se non bastasse, da prestazioni decisamente eccezionali in relazione a due fattori su tutti: è un dispositivo completamente a discreti, costa decisamente meno della concorrenza di pari livello e, lasciatemelo dire, categoria.

Se avete letto i tre approfondimenti di preludio a questo articolo sapete già cosa mi ha spinto ad acquistare il preamplificatore di Schiit Audio a sostituto del precedente Rotel RC-1570 modificato Aurion. Qualora non l’abbiate fatto vi lascio qui di seguito i link:

Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 1
Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 2
Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 3

Terminate le premesse passerei alla recensione vera e propria.

Primo contatto:

Come per Vidar 2 la prima cosa che salta all’occhio, praticamente ancora prima di aprire l’imballo, è che Kara è piccolo rispetto ai suoi concorrenti “standard”.
Più stretto, più corto e più basso del Rotel RC-1570 ha ingombri e proporzioni analoghe ad un lettore multiformato “da salotto”, tipo il Sony UBP-X800M2 (che è comunque leggermente più grande) per fare un esempio abbastanza noto, più che ad un preamplificatore linea “moderno”.

Di nuovo come per Vidar 2 la seconda cosa che si nota è la massa del prodotto unita alla solidità costruttiva che si avverte nell’estrarlo dalla scatola. L’impressione è paragonabile a quella che si ha quando si prende in mano un smartphone di alta gamma, in vetro e metallo, dopo aver maneggiato dispositivi con scocca in plastica: sembra di avere tra le mani un monoblocco; nessuna flessione e nessuna parte “cedevole” sotto le dita.
Kara pesa 5 kg, che non sono tantissimi in termini assoluti, ma sono decisamente tanti se si pensa che il Rotel, decisamente più grande, pesa “solamente” 2 kg in più.

A livello di design estetico si ha a che fare con un dispositivo pulitissmo e decisamente minimale.
Il frontale presenta, oltre al logo del marchio e al nome del prodotto sull’estremo SX, solamente elementi tondi disposti in modo asimmetrico ma armonico.
Nell’ordine da SX a DX troviamo:

  • Sensore IR
  • Uscita cuffia in formato TRS da 1/4 di pollice
  • Selettore degli ingressi – In ordine numerico 1÷5
  • LED identificativi dell’ingresso attivo
  • Manopola del volume
  • Selettore della modalità operativa
  • LED identificativi della modalità attiva
  • Pulsante di “muto” / override uscita cuffie
  • LED che segnala l’abilitazione dell’uscita cuffie
  • LET che segnala l’inibizione delle uscite preamplificate

Il retro è altrettanto lineare, da SX a DX abbiamo:

  • Ingressi – In ordine numerico 1÷5
    1÷2 sono ingressi XLR
    3÷5 sono ingressi RCA
  • Uscite
    1 uscita XLR
    2 uscite RCA
  • Interruttore di accensione a leva
  • Vaschetta per il cavo di alimentazione – Standard IEC C14

Una mezione particolare devo farla al telecomando, praticamente mai utilizzato, che ha una caratteristica che lo rende unico: è magnetico e si attacca alla scocca del preamplificatore così da essere sempre al suo posto una volta terminato l’uso.
Si tratta di un parallelepipedo di alluminio, semplicissimo, che riproduce i comandi fisici presenti sull’unità principale e permette anche una regolazione abbastanza fine del volume.

Di seguito due immagini di confronto con il Rotel:

Primo ascolto – Con Rotel RB-1582:

Prima di collegarlo all’impianto ho alimentato lo Schiit Kara per una mezz’oretta abbondante mentre ascoltavo l’accoppiata Rotel, avendolo ancora con me all’epoca ho rimesso nell’impianto il finale giapponese, in funzione così da avere in mente un termine di paragone a breve termine e verificare che non ci fossero problemi all’accensione.

All’accensione Kara esegue una rotine di self-check e verifica/aggiustamento dei valori di tensione continua in ingresso/uscita. Tale routine dura una quarantina di secondi, si è lunghetta e la prima volta temevo ci fosse qualche anomalia; durante le operazioni il LED che segnala la disabilitazione delle uscite lampeggia.

Passata mezz’oretta ho provveduto a fare spazio a Kara e inserirlo nell’impianto. Unica sorgente utilizzata per questa prima prova di ascolto: Denon DCD-A100.

La prima cosa che ho ascoltato? Il silenzio.

Non fraintendetemi: l’impianto suonava esattamente come prima a livello di messaggio musicale ma, a differenza del Rotel, con il preamplificatore Schiit i “contorni” degli strumenti erano più marcati. Il famoso nero infrastrumentale era più facilmente avvertibile sottoforma di aree di silenzio tra uno strumento e l’altro.
Per la prima volta, nel mio impianto e a parità di finale, sono stato in grado di sentire questa cosa. Mi era già capitato in passato, Fosi Audio V3 vi dice nulla?, ma mai con il Rotel RB-1582 a pilotare i diffusori. Ho sempre pensato che fosse un limite del finale e non del preamplificatore… Del resto avevo già avuto modo di sentire qualcosa di analogo collegando Vidar 2 al posto del giapponese.

Di nuovo: inserendo nella catena di preamplificazione/amplificazione un prodotto Schiit ho avuto la sensazione del parabrezza pulito di cui ho parlato nella recensione del finale.

Altre differenze con il Rotel RC-1570? Quasi nessuna oltre ad un leggero aumento di profondità della scena.
Signori il mio Rotel era, ed è tutt’ora nell’impianto di un altro appassionato, un preamplificatore che poco aveva dell’originale. Kara ha, però, portato pulizia all’immagine sonora e aumentato leggermente la qualità di riproduzione degli estremi di gamma bassa e alta. La gamma media ha acquisito solo un pizzico di naturalezza in più ma qui, lo ammetto, potrebbe essere solo soggezione.

Davvero: il vero salto in avanti è stata la pulizia della scena e la maggior definizione strumentale.

Schiit Kara + Schiit Vidar 2: la combo (quasi) perfetta

Sarò schietto: al momento di sostituire il finale RB-1582 con Vidar 2 non mi aspettavo grossi stravolgimenti dovuti alla sostituzione del preamplificatore. Anche qui, il finale è stato alimentato scollegato dall’impianto per portarlo a regime così da fare uno scambio “a caldo” e poter sfruttare la memoria a breve termine.

Le differenze, utilizzando Kara al posto del Rotel RC-1570 per pilotare il finale giapponese, seppure presenti, erano comunque minime per cui mi aspettavo di ritrovare sensazioni analoghe a quelle avute inserendo Vidar 2 nell’impianto a valle del preamplificatore del Sol Levante…

Mi sbagliavo.

Mi sbagliavo di molto!

La sinergia tra i due Schiit è stata, ed è tutt’ora, un fulmine a ciel sereno.

Tutto ha preso forma e fuoco in modo ancora più evidente e inaspettato.
Il palco virtuale si è allargato, e allungato, ben oltre i diffuori e ben oltre quanto ottenuto con il 1570.

Prendete quanto scritto sopra in riferimento a Kara e RB-1582, quanto scritto nella recensione di Vidar 2 in abbinamento a RC-1570 e unite tutte le migliorie introdotte dai due componenti.
Ecco: questo è il mio attuale sistema di amplificazione. Non serve riscrivere tutto quanto.

In conclusione:

Avete 250 € da investire nell’amplificazione per il vostro impianto? Fosi Audio V3 con alimentatore da 48 V. Senza dubbio alcuno.

Avete intenzione di sostituire il vostro attuale preamplificatore analogico? Considerate Kara.
Fatelo indipendentemente dal budget a disposizione e senza preconcetti.

Avete almeno 2k € da investire nell’amplificazione per il vostro impianto, diffusori non molto efficienti e un ambiente di ascolto abbastanza grande da necessitare dei 100 W su 8 ohm di Vidar (e vi può andare bene un finale in classe AB)?

Non cercate oltre. Fermatevi qui, collegate e ascoltate: Musica!

Avete qualcosa in più da investire o siete disposti a scendere a compromessi in termini di potenza/pressione sonora?
A breve potrei dare risposte anche a voi…

Postilla:

Utilizzo Kara esclusivamente in modalità attiva senza guadagno e quindi quanto sopra vale, di fatto, per questa configurazione. Il passaggio alla modalità High Gain non porta a differenze sonore e la reputo necessaria solo per sopperire ad effettive necessità di maggior guadagno nell’impianto.

La modalità passiva, nonostante sia teoricamente la più trasparente dal punto di vista sonico, risente in modo sensibile della capacità di pilotaggio della sorgente utilizzata: con il Rotel RH-Q10, nato e sviluppato proprio per lavorare con un pre passivo a valle, non ci sono problemi e si riesce a ascoltare a qualsiasi volume senza perdite di alcun tipo; con il Denon DCD-A100, invece, a bassi volumi si perdono molte delle informazioni presenti ma solo perché le uscite del lettore non sono dimensionate per reggere carichi eccessivamente bassi e, quindi, tendono a sedersi e ad appiattire un po’ la scena.
Il livello di rumore e distorsione in modalità attiva, anche a tutto volume, è talmente basso che comunque non si corre il rischio di degradare il segnale e perdere informazioni anche in modalità High Gain.

Detto ciò, però, devo ammettere che Kara ha anche un difetto. Difetto che non incide minimamente sulla qualità di riproduzione.

Non è “curato” nei dettagli ergonomici e la cosa è inizialmente spiazzante… Cosa intendo?

La selezione degli ingressi, così come delle modalità operative, è solamente ciclica. passare da ingresso 5 a ingresso 4, ad esempio, richiede di passare in rassegna, comunque, tutti gli altri ingressi.
Idem la selezione delle modalità operative.

Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 3

Eccoci arrivati all’ultimo approfondimento prima della recensione vera e propria.

Oggi capiremo perché ho deciso, non solo di pancia, di acquistare Kara (e Vidar 2) per rimpiazzare la mia precedente amplificazione Rotel (RC-1570 Aurion e RB-1582).

Andiamo con ordine:

Mi sono imbattuto per la prima volta nel nuovo preamplificatore a stato solido di Schiit il 24/08/2023 in occasione del mio “refresh” mensile sullo stato del thread/blog che Jason Stoddard, co-fondatore del marchio insieme a Mike Moffat, tiene su Head-Fi.org.

Il 17 agosto Jason ha scritto il capitolo di presentazione prodotto “Solidification” in cui spiega, abbastanza nel dettaglio, tutti i passaggi che hanno portato alla nascita del nuovo preamplificatore di riferimento del marchio.

Nello stesso post sono spiegati, in maniera più che esaustiva, i punti salienti e le caratteristiche “uniche” di Kara rispetto a Freya S (e non solo).
Una su tutte: le uscite SE, che pilotano anche l’uscita cuffia, sono “sommate” dalle uscite bilanciate tramite circuiteria dedicata che ricalca, almeno in termini di dispositivi utilizzati, l’uscita di un altro prodotto Schiit: Jotunheim.

In sostanza passando dal RC-1570 a Kara sarei passato da un dispositivo SE, con architettura basata su operazionali, ad un dispositivo intrinsecamente bilanciato e completamene a discreti; avrei perso, però, un DAC, comunque inutilizzato, e un ingresso Phono, comunque inutilizzato.
Tutto sommato il gioco ipotizzato sarebbe valso la candela…e ho inoltrato l’ordine a ProAudio Italia!

Per tutto ciò che concerne informazioni e specifiche complete rimando alle due pagine di prodotto:
Rotel RC-1570
Schiit Kara

Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 1

Prima di mettermi a scrivere una recensione sul preamplificatore che, di diritto, è diventato il mio nuovo riferimento per la categoria ritengo possa essere opportuno parlarne un po’.
Credo possa essere utile perché sono arrivato a lui (lei?) e cosa c’era che non mi soddifaceva appieno nel Rotel RC-1570 modificato.

Spoiler: l’americano NON suona “meglio” del giapponese; suona, però, diverso. Suona più come piace a me e come speravo suonasse… Il Rotel è in vendita ma solo perché non sono un collezionista e perché, ammettiamolo, un po’ di soldi da reinvestire non fanno mai male.

Ma… Partiamo dal principio:

Il vero nocciolo della questione è che sono sempre stato affascinato dalle architetture circuitali bilanciate. Intrisecamente bilanciate.
Non tanto per la loro innata immunità ai disturbi di modo comune quanto per il fatto che, per natura operativa, lavorano a tensioni più alte e, di conseguenza, si comportano anche meglio in termini di disturbo e, tendenzialmente, immunità alla qualità dei cavi di segnale utilizzati.
Un’altra cosa che mi ha sempre incuriosito è il fatto che un circuito realmente bilanciato DEVE essere, di fatto, composto di due circuiti SE perfettamente allineati tra loro a livello di parametri elettrici e con uscita attiva completamente svincolata dalla massa – ergo meno problemi di loop e disturbi simili.
Di fatto ho sempre visto un impianto bilanciato come il vero impianto “plug and play” per definizione: lato utente poche preoccupazioni se non verificare che le polarità di connessione siano rispettate e non invertite (per maggiori dettagli al riguardo vi invito a leggere qui – il link rimanda a un lemma di Wikipedia in inglese).

Ho acquistato il Rotel RC-1570 perché offriva ingressi/uscite XLR e poteva essere un buon primo passo nella “creazione dell’impianto bilanciato”. Mi sbagliavo…
Avevo un Audiolab 8200CD, nativamente bilanciato, e con l’accoppiata Rotel dava il suo meglio in modalità SE.
Il sistema di “conversione” interno al RC-1570 era, di fatto e mio malgrado, l’anello debole della catena (ancora non sapevo che si trattava di un semplice sommatore differenziale basato su singolo Op-Amp – il tanto mistrattato NE5532 per dovere di cronaca). Dopo la modifica Aurion, comunque, il Rotel suonava decisamente meglio dell’Audiolab e quindi il problema non fu più un problema.

Poi Schiit ha annunciato Freya con modalità passiva, buffer attivo senza guadagno e, ciliegina sulla torta: modalità ad alto gain a valvole. Il tutto in un dispositivo nativamente bilanciato ed in grado di gestire conversione SE/XLR e viceversa senza problemi (in modalià attiva).
E la mia testa ha inizato a frullare la malsana idea di prenderne uno direttamente dall’America…
Ma c’erano dei “ma”:

  • Le valvole non erano disinseribili; di fatto, anche nell’utilizzo in modalità passiva, i circuiti ad alto voltaggio erano sempre in funzione e le valvole sarebbero state perennemente accese (e calde). All’epoca l’impianto era alla portata di chiunque, bambini inclusi, e avere delle parti potenzialmene ustionanti a portata di mano non era una cosa che mi allettasse granché.
    Per mia natura, oltretutto, le valvole e il loro “consumarsi” mi mettono ancora più ansia: ci sono già passato con l’amplificatore per la chitarra. Mi è bastato.
  • Tanti si lamentavano del fatto che in modalità attiva priva di gain il dispositivo fosse particolarmente rumoroso (vanificando tutte le mie elucubrazioni sulla circuiteria bilanciata)
  • La regolazione del volume a step non sembrava essere di semplice utilizzo, di fatto troppo sensibile per cui le regolazioni di fino risultavano complicate

In sostanza: molta gola ma con sufficienti “ma” da farmi desistere dall’acquisto e il tutto è andato in stand-by per qualche tempo…