Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 2

Eravamo rimasti alla mia “delusione” sulla gestione dell’ingresso XLR da parte del RC-1570, pre modifica dato che poi non l’ho mai più provato, e alla mia reazione al lancio di Schiit Freya nella sua prima implementazione.
E al fatto che, tutto sommato, non faceva per me.

Poi, a distanza di qualche anno, Schiit ha annunciato l’uscita di una versione rivista e migliorata di Freya: Freya+.

La nuova versione apportava miglioramenti sia a livello di bontà delle misure (SNR su tutti) e, soprattutto, un’implementazione attiva del circuito di alimentazione delle valvole per cui le stesse venivano completamente spente quando non utilizzate.
Mi ha fatto gola in più di un’occasione, soprattutto in virtù del fatto che costava relativamente poco, ma c’era sempre il fatto che l’idea di avere delle valvole nell’impianto non è mai stata un’idea molto allettante per il sottoscritto. Avrei avuto un dispositivo “a tempo” e, soprattutto, avrei corso il rischio di farmi trascinare nella ricerca della valvola perfetta.
No. Grazie.

Poco dopo, o forse in parallelo (non ricordo), è stato annunciato Freya S.
Tutto come Freya+ eccetto per il fatto che il gain stage attivo/a valvole è stato sostituito con uno stadio di guadagno/buffer NexusTM che gestiva sia la conversione attiva SE/XLR, e viceversa, sia l’eventuale gain aggiuntivo da applicare al segnale. Freya S lavorava con modalità passiva (gain o dB), modalità attiva priva di guadagno (Nexus gain 0 dB) e modalità attiva ad alto guadagno (Nexus gain 12 dB).

Ecco: Freya S mi ha tentato in più occasioni, devo ammetterlo. Più volte ho pensato di chiedere informazioni a ProAudio Italia circa costi e disponibilità e portarmelo a casa ma…
C’è sempre stato lo scotto della mia volontà di mantenere la possibilità di ascoltare in cuffia di tanto in tanto e lì ci sarebbe voluto un altro dispositivo in catena.
L’ideale sarebbe stato un piccolo finale dedicato all’ascolto in cuffia. Ma non è mai arrivato e quindi ho lasciato la cosa come pendente.

Dopo qualche tempo, però, mi sono imbattuto in un dispositivo che avrebbe potuto fare al caso mio: un amplificatore cuffie senza compromessi in grado di operare anche come preamplificatore “definitivo”.
Il Benchmark Audio HPA4. Listino? € 3800,00.

Era ora di iniziare a raccimolare fondi.
E raccimolarne anche per portare l’amplificazione di potenza al pari con il “piccolino”.

Altre € 4000,00 da mettere a budget per il fratello AHB2.

Quello, mi sono sempre detto, sarebbe stato l’upgrade definitivissimo!
È partita, ufficialmente, la raccolta fondi. Sul serio!

Poi, per mia fortuna, Schiit ha calato l’asso: è arrivato Kara.

Roon. Forse è ora di iniziare a studiarlo un po’

OK, lo ammetto, sono un pigrone ed ho sempre rimandato questo momento ma…
Mi sa che mi tocca approfondire.

Non tanto per necessità, il mio ecosistema di musica liquida è perfettamente funzionante ed in linea con le mie necessità; passando a Roon, però, potrei riuscire ad integrare tutti i sistemi in un’unica piattaforma ed avere una gestione centralizzata delle varie librerie.

Non lo so però.
Devo approfondire

Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 1

Prima di mettermi a scrivere una recensione sul preamplificatore che, di diritto, è diventato il mio nuovo riferimento per la categoria ritengo possa essere opportuno parlarne un po’.
Credo possa essere utile perché sono arrivato a lui (lei?) e cosa c’era che non mi soddifaceva appieno nel Rotel RC-1570 modificato.

Spoiler: l’americano NON suona “meglio” del giapponese; suona, però, diverso. Suona più come piace a me e come speravo suonasse… Il Rotel è in vendita ma solo perché non sono un collezionista e perché, ammettiamolo, un po’ di soldi da reinvestire non fanno mai male.

Ma… Partiamo dal principio:

Il vero nocciolo della questione è che sono sempre stato affascinato dalle architetture circuitali bilanciate. Intrisecamente bilanciate.
Non tanto per la loro innata immunità ai disturbi di modo comune quanto per il fatto che, per natura operativa, lavorano a tensioni più alte e, di conseguenza, si comportano anche meglio in termini di disturbo e, tendenzialmente, immunità alla qualità dei cavi di segnale utilizzati.
Un’altra cosa che mi ha sempre incuriosito è il fatto che un circuito realmente bilanciato DEVE essere, di fatto, composto di due circuiti SE perfettamente allineati tra loro a livello di parametri elettrici e con uscita attiva completamente svincolata dalla massa – ergo meno problemi di loop e disturbi simili.
Di fatto ho sempre visto un impianto bilanciato come il vero impianto “plug and play” per definizione: lato utente poche preoccupazioni se non verificare che le polarità di connessione siano rispettate e non invertite (per maggiori dettagli al riguardo vi invito a leggere qui – il link rimanda a un lemma di Wikipedia in inglese).

Ho acquistato il Rotel RC-1570 perché offriva ingressi/uscite XLR e poteva essere un buon primo passo nella “creazione dell’impianto bilanciato”. Mi sbagliavo…
Avevo un Audiolab 8200CD, nativamente bilanciato, e con l’accoppiata Rotel dava il suo meglio in modalità SE.
Il sistema di “conversione” interno al RC-1570 era, di fatto e mio malgrado, l’anello debole della catena (ancora non sapevo che si trattava di un semplice sommatore differenziale basato su singolo Op-Amp – il tanto mistrattato NE5532 per dovere di cronaca). Dopo la modifica Aurion, comunque, il Rotel suonava decisamente meglio dell’Audiolab e quindi il problema non fu più un problema.

Poi Schiit ha annunciato Freya con modalità passiva, buffer attivo senza guadagno e, ciliegina sulla torta: modalità ad alto gain a valvole. Il tutto in un dispositivo nativamente bilanciato ed in grado di gestire conversione SE/XLR e viceversa senza problemi (in modalià attiva).
E la mia testa ha inizato a frullare la malsana idea di prenderne uno direttamente dall’America…
Ma c’erano dei “ma”:

  • Le valvole non erano disinseribili; di fatto, anche nell’utilizzo in modalità passiva, i circuiti ad alto voltaggio erano sempre in funzione e le valvole sarebbero state perennemente accese (e calde). All’epoca l’impianto era alla portata di chiunque, bambini inclusi, e avere delle parti potenzialmene ustionanti a portata di mano non era una cosa che mi allettasse granché.
    Per mia natura, oltretutto, le valvole e il loro “consumarsi” mi mettono ancora più ansia: ci sono già passato con l’amplificatore per la chitarra. Mi è bastato.
  • Tanti si lamentavano del fatto che in modalità attiva priva di gain il dispositivo fosse particolarmente rumoroso (vanificando tutte le mie elucubrazioni sulla circuiteria bilanciata)
  • La regolazione del volume a step non sembrava essere di semplice utilizzo, di fatto troppo sensibile per cui le regolazioni di fino risultavano complicate

In sostanza: molta gola ma con sufficienti “ma” da farmi desistere dall’acquisto e il tutto è andato in stand-by per qualche tempo…