Schiit Gjallarhorn – Prima il dopo:

Iniziamo a togliere un po’ di carne dalla graticola parlando dell’ultima esperienza d’uso fatto con questo “strano” finale americano: l’utilizzo come amplificatore per l’impianto desktop in abbinamento all’abbinata Modi+/Magni+, sempre Schiit, e le Q Acoustics 3010.
I cablaggi, per i feticisti dei cavi, sono stati Gotham GAC-4/1, terminati Amphenol, per i collegamenti di segnale e WireWorld Solstice 7 per il collegamento di potenza. Cavi di alimentazione/USB sono quelli forniti in dotazione con Ghorn e Modi+; ovvero cavi “normalissimi”.

Prima di addentrarmi nella recensione vera e propria taglio subito la testa al toro: Gjallarhorn, nel mio studio, sul mio desktop, con quei diffusori è FIN TROPPO POTENTE!

Non ho MAI avvertito la necessità di impostare il gain di Magni+ a livello alto per avere più tensione in uscita dalle pre-out – Si, la regolazione di gain modifica anche la risposta dello stadio “linea” analogamente a quanto avviene per l’uscita cuffie.
Direi, anzi, che potrebbe bastare ed avanzare anche solamente l’impostazione di gain negativo…

Potenza a parte vediamo di analizzare un po’ più nel dettaglio il tutto e dare un po’ di contesto al tutto:
lo studio è un ambiente di lavoro condiviso decisamente piccolo (si e no 6 mq) e la mia postazione di lavoro è angolare e un po’ sacrificata in termini di spazi a disposizione.
Il solo iMac occupa gran parte della superficie della scrivania (IKEA LINNMON 120×120), aggiungete le casse (ho optato per le Q Acoustics 3010 per tre motivi: ingombro ridotto al minimo, scuola inglese, tweeter in seta) e capirete che lo spazio dedicabile all’amplificazione del sistema non può avere dimensioni “standard”. Prima di installare Gjallarhorn utilizzavo, con moderata soddisfazione, il Fosi Audio V3 ma, di fatto, non ne sono mai stato soddisfatto appieno: avere due stadi di preamplificazione in cascata non mi ha mai fatto impazzire come idea e l’inserimento di un selettore linea tra Modi+ e le amplificazioni, strada intrapresa, risolveva la questione ma era anche poco armonica dal punto di vista di ingombri ed estetica.

Gjallarhorn è stato acquistato per pilotare i canali Atmos ed ho pensato: perché non provarlo per l’utilizzo per cui è stato concepito?

Detto.
Fatto.
Risultato: non lo reputo un amplificatore per impianti desktop. O almeno non per come intendo io il “da scrivania”.

A livello di suono ha riconfermato le peculiarità emerse nell’impianto principale per cui vi toccherà aspettare il resoconto della mia prima esperienza fatta con questo strano finale. Posso però dire, con certezza, che la pasta è altra rispetto a quella del V3… Il Fosi Audio suona bene eh; lo dicono tutti e l’ho detto e ribadito anche io ma l’americano suona meglio. Decisamente meglio…
Merito del fatto che è pilotato da Magni+ e non da uno stadio di preamplificazione ad operazionali? Potrebbe essere ma, francamente, ne dubito.
Molto probabilmente il tutto è dovuto al fatto che si tratta di un piccolo finale, di soli 10 W, che vede nei suoi stadi di uscita l’utilizzo della topologia Continuity S™…

Tutto bene, tutto molto bello, tutto molto HiFi ma… Tutto troppo forte!

Il Fosi è dichiarato per potenze MOLTO maggiori, con la PSU da 48 V si raggiungono i 90 W su 8 ohm. Nel mio utilizzo, con PSU da 32 V, sfiora comunque i 35 W (tre volte il dichiarato per l’americano). Eppure non ho mai creduto suonasse “troppo forte” ed ho provato, in momenti di ordinaria pazzia, a portare il volume al massimo giusto per mettere alla frusta l’ambiente – le potenze sono tali da permettere di non preoccuparsi troppo per gli altoparlanti – ma mi sono sempre dovuto fermare perché il suono si impastava, si tramutava in rumore cacofonico e diventava fastidioso…
Con Gjallarhorn non sono mai stato capace di farlo perché il suono emesso dai diffusori era “troppo”. Non distorto, né urlato, né “fastidioso”. Era troppo e basta. Non saprei come altro descrivere la cosa se non così…

Unendo questa esperienza d’uso a quella fatta con l’impianto principale sono arrivato ad una conclusione in merito: l’amplificatore finale Schiit Gjallarhorn NON È dedicato ad impianti desktop ma è l’amplificatore ideale per piccoli impianti con diffusori 2 vie impostati per ascolti al limite del nearfield senza limiti di pressione sonora o, addirittura, per sonorizzare impianti da salotto condominiale – mantenendo però l’abbinamento a diffusori facilmente pilotabili. Rimanendo in america non posso non pensare a Klipsch; ma non scenderei sotto la serie Reference Premiere e punterei, perché no, alla Heritage Premium. E ho detto tutto…

No, non è vero, manca tutta la recensione comprensiva del perché sono arrivato a questa conclusione.
Arriverà anche quella!

Schiit Kraken: eroga davvero pochi Watt per un uso HT?

Dopo aver messo alla frusta Gjallarhorn e i suoi “soli” 10 W nell’impianto principale ho capito che, forse, le scelte fatte per Kraken non siano così insensate come potrebbe sembrare.
Il piccolino è ora installato in studio nell’impianto desktop e a breve ne pubblicherò la recensione.

Siamo abitutati a vedere potenze che sfiorano, e sfondano spesso e volentieri, valori di 100 W RMS su 8 ohm e, di conseguenza, siamo portati a pensare che tutta quella potenza sia necessaria per poter far suonare l’impianto. Non per farlo suonare “bene” ma proprio per permettere ai diffusori di generare una pressione acustica tale da rendere l’ascolto appagante…

Orbene: ascoltando Gjallarhorn, abbinato al resto del mio impianto e installato al posto di Vidar, ho capito che effettivamente 10 W sono davvero più che sufficienti per ascoltare a volumi, anche, elevati in senso assoluto. Se quei pochi Watt si dimostrano pure “fatti bene” allora diventano un non problema…

Tornando a Kraken:
il finale, in realtà, non eroga “pochi” Watt in senso assoluto perché è capace di 100 W, su singolo canale e in regime non continuo, con una distorsione più che contenuta (dichiarata 0,008%). Il “problema” è che quegli stessi 100 W vengono condivisi su tutti i canali e, quindi, se pilotati simultaneamente allo stesso livello d’uscita si scende a 20 W per ciascuno (comunque più che sufficienti soprattutto considerando i picchi di corrente che il finale è in grado di gestire).
Il fatto è: in quanti film, o tracce audio, capita che tutti e cinque i canali siano impegnati a piena potenza contemporaneamente tolti momenti “esplosivi”? Pochissimi, davvero pochissimi… Ecco che, quindi, Kraken assume un significato notevole nel mondo dell’HT perché è probabile che in condizioni di utilizzo “reale” la poca potenza sarà addirittura in esubero.

Un finale multicanale promettente dal punto di vista della qualità di riproduzione (almeno sulla carta), poco esigente in termini di spazio e ventilazione, leggero e facilmente integrabile in qualsiasi ambiente domestico.

Mi sa tanto che Kraken entrerà in scuderia…
L’ennesimo prodotto Schiit che incontra le mie necessità e che, quasi certamente, non deluderà le aspettative.

Stay tuned…

Schiit Gjallarhorn – 10 Watt (per me) posson bastare?

Il titolo dice già tutto: può, un piccolo amplificatore finale da 10 W nominali, su 8 ohm, essere considerato un dispositivo “High Fidelity”?
Non voglio scomodare l’etichetta “High End” ma…

Partiamo da un paio di dettaglio che, da soli, potrebbero mettere la pulce nell’orecchio così come successe a me:

  • Gjallarhorn, come altri finali del marchio, è dotato di alimentatore lineare con linee di alimentazione sovrapposte per sezione linea e sezione finale
  • La capacità complessiva di filtraggio, che non serve solo a ridurre il ripple di raddrizzamento della linea di alimentazione ma funge anche da riserva di energia in caso di picchi di corrente in uscita, è pari a ben 30 mF.
    Sembrerà poco ma si tratta di un valore di tutto rispetto se si considera che sezioni finali di integrati dichiarati per 50/60 Watt dispongono della stessa capacità di filtraggio complessiva (con condensatori dimensionati diversamente per via delle maggiori tensioni erogate ma il valore nominale in Farad – che è quello che davvero conta – quello è)
  • Anche Gjallarhorn, come gli altri finali del marchio, è di tipologia current-feedback e sviluppato completamente con componenti discreti
  • Ultimo, ma non ultimo, lo stadio finale è basato sulla topologia proprietaria “Continuity S” che, in sostanza, rende il comportamento dell’amplificatore più simile a quella di un dispositivo polarizzato in classe “A” piuttosto che in classe “AB”.
    Gjallarhorn è, di fatto, un ampli in classe AB quando eroga i suoi 10 W nominali ma, grazie al trucchetto implementato da Jason Stoddard, la distorsione di incrocio viene annullata (o comunque ridotta ai minimi termini)

In sostanza: può un piccolo Aegir da “soli” 10 W, e concepito per utilizzo nearfield, essere utilizzato senza alcun problema anche su impianti “normali” in ambienti domestici?

Beh…
Lo scopriremo insieme dato che ne ho uno qui tra le mie mani…