Schiit Vidar 2: la recensione.

Si, lo so, stavate tutti aspettando la recensione di Kara ma preferisco partire dall’ultimo elemento della catena di amplificazione perché ritengo che sia lui l’anello debole di qualsiasi sistema.
Avere un preamplificatore in grado di raggiungere prestazioni strabilianti a monte di un finale mediocre non sempre è una buona idea… Per questo motivo ho installato prima il finale, e l’ho provato per bene, prima di passare ad installare il preamplificatore.

Spoiler: se è rimasto nell’impianto è perché, a conti fatti, lo reputo migliore del Rotel RB-1582 che ha sostituito.
Non in tutto, sia chiaro. Ma per tutti gli aspetti per me fondamentali.

Ma andiamo con ordine.

Primo contatto:

Venendo da un Rotel RB-1582, ovvero un dispositivo di formato “normale” per quanto riguarda i componenti dell’impianto, Vidar 2 si presenta decisamente più piccolo in tutti i sensi. È sia più compatto che più leggero: circa il 50% del giapponese per tutto.
Più compatto non significa, però, più pratico da maneggiare: il grosso della massa, infatti, è posto sul davanti – il trasformatore e dietro al tasto di accensione – per cui bisogna prestare un minimo di attenzione la prima volta che si solleva il “piccolo”; le alette di raffreddamento dei due dissipatori, portanti a livello di struttura e pienamente esposti, non sono smussate e il rischio di graffiarsi le dita è dietro l’angolo.

L’americano è caratterizzato da un aspetto sobrio, quasi anonimo; azzarederi più anonimo del già anonimo giapponese.

Il frontale è caratterizzato unicamente dal taglio del pannello di alluminio, piegato a dare vita al coperchio, dedicato al tasto di stand-by, ai due LED di stato e all’aerazione frontale. Qualora non lo sappiate: non esistono prodotti Schiit dotati di interruttore di alimentazione sul frontale*.

I lati, identici, sono di fatto costituiti dai dissipatori dei transistor di potenza che fungono, come anticipato sopra, da elemento portante per tutta la struttura. Si tratta di dissipatori in alluminio, verniciato nero, semplicissimi e senza fronzoli.
Questo è il primo elemento che fa capire la filosofia alla base di tutta la produzione Schiit: se non ha fini dal punto di vista prestazionale nulla viene fatto/modificato. Smussare i dissipatori, cosa possibile, avrebbe comportato un aumento di costo che, però, non avrebbe portato ad alcun beneficio pratico nell’uso del finale; ergo: non si fa e si contengono i costi.

Il lato posteriore dell’amplificatore è quello, forse, più interessante di tutti.
Qui sono presenti, come di consueto, tutte le connessioni di ingresso ed uscita; ovvero:

  • La vaschetta IEC, per il cavo di alimentazione, con interruttore integrato. Ebbene si: l’interruttore è sul retro e in posizione centrale per cui raggiungibile ma non proprio agevolmente.
  • I due connettori di ingresso RCA, dorati e di buona fattura, ben distanziati e distinguibili tra loro
  • I connettori per gli altoparlanti, del tutto identici a quelli presenti sul Rotel RB-1582. Non si tratta di connettori a marchio WBT ma si tratta, in ogni caso, di ottimi componenti in grado di accettare senza problemi: banane da 4 mm, cavi spellati di diametro importante 3÷4 mm senza grossi problemi, e connettori a forcella.
    La spaziatura, in caso di connessione stereofonica è perfetta e permette l’utilizzo di qualsiasi tipo di cavo esistente.
    I due connettori di massa sono, ovviamente, in comune.
  • Ultimo, ma non ultimo, un singolo connettore XLR che serve per utilizzare il finale in modalità a ponte, o “bridged”, per cui i due canali lavorano in controfase amplificando i due segnali caldo e freddo in arrivo indipendentemente e con riferimento a massa.
    Il diffusore andrà quindi collegato ai due poli positivi dei canali DX e SX facendo attenzione a collegare il + del diffusore al canale destro, che amplifica il segnale “caldo” in arrivo, e il – del diffusore al canale sinistro, che amplifica il segnale “freddo” in arrivo.
    In questo modo si ha un raddoppio della tensione erogabile dal finale e, di conseguenza, un aumento di 4 volte della potenza disponibile; il tutto, però, al costo di far vedere all’intero sistema un diffusore di impedenza pari alla metà di quella effettiva con più rischi di intervento dei circuiti di protezione. Motivo per cui Schiit consiglia l’utilizzo a ponte solo con diffusori aventi impedenza caratteristica, dichiarata, a 8 ohm.
    ATTENZIONE: il connettore XLR in oggetto può essere utilizzato solo in abbinamento a sorgenti/preamplificatori che forniscono un vero segnale differenziale altrimenti il rischio, vero, è quello di applicare un corto all’ingresso sinistro con potenziale rottura, o meglio “cottura”, del finale stesso.
    ATTENZIONE – e due: i connettori per diffusori, nell’utilizzo a ponte, sono abbastanza distanziati tra loro per cui non si possono usare cavi di connessione caratterizzati da terminazioni eccessivamente “corte”.

Il coperchio, che poi è la continuazione del frontale, è pulito e presenta il logo dell’azienda smaltato grigio lucido, a contrasto con la verniciatura a polvere nera opaca, e i fori di ventilazione laterali.
Da sopra dovrebbe essere praticamente indistinguibile dal “fratellino” Aegir.

Primo ascolto – Con Rotel RC-1570 “Aurion”:

Come anticipato qui all’arrivo del Vidar non l’ho inserito subito in impianto ma ho preferito toglierlo dall’imballo, lasciarlo acclimatare un’oretta in ambiente senza collegare alcunché – questa è una cosa che mi sento di consigliare SEMPRE e non solo nelle stagioni fredde: non c’è niente di più pericoloso di collegare all’alimentazione un dispositivo freddo e a rischio condensa.
L’ho, poi, alimentato ed acceso, senza collegare nulla agli ingressi/uscite, per verificare che non ci fossero problemi in accensione e l’ho lasciato attaccato una buona mezz’ora mentre ascoltavo musica con le amplificazioni Rotel.

A mezz’ora dall’accensione il Vidar 2 era tiepido al tatto ma assolutamente non caldo. Il Magni+ risulta decisamente più “caloroso” a parità di condizioni ambientali/tempo di accensione.

A questo punto ho sostituito “al volo” i due finali così da poter contare ancora un minimo sulla memoria uditiva e fare un primo confronto tra i due.
Premetto che le operazioni di sostituzione si sono rivelate leggermente più complicate del previsto per via, soprattutto, della diversa dispososizione dei connettori RCA tra i due finali per cui ho dovuto rimaneggiare un minimo anche il posizionamento del preamplificatore.

La prima cosa che ho notato, istantaneamente, è stata la maggior “velocità” del Vidar 2. Transienti e percussioni sembrano decisamente più dinamici che col giapponese; ho avuto più volte l’impressione che l’americano fosse in grado di erogare picchi di corrente con maggior facilità rispetto al Rotel. Ho tutt’ora la sensazione di avere tra le mani un amplificatore più dinamico e reattivo del precedente.
Questa reattività, però, non deve essere confusa con l’esuberanza tipica che si trova in alcune elettroniche particolarmente “agili e scattanti” che non sono capaci di starsene tranqulle quando richiesto. Vidar 2 sa essere anche pacato e sa restituire i passaggi più leggeri e delicati con disinvoltura e buona risoluzione complessiva.
Diciamo che dopo averlo sentito ho capito perché alcuni recensori lo associano ad amplificatori in classe D in termini di resa dinamica: è capace di passare da un fortissimo a un pianissimo senza scomporsi minimamente. E questo, devo ammetterlo, non è affatto poco per un finale di questo prezzo.
Il Rotel, da questo punto di vista, doveva essere portato a volumi decisamente più sostenuti per poter esprimere lo stesso tipo di contrasto dinamico.
Vidar 2: 1 – RB-1582: 0

Una cosa che, di primo acchito, mi ha lasciato stranito era l’esuberanza delle gamme medio-bassa/basa sul resto. L’ampli mi sembrava suonasse “gonfio” in basso.
Nulla di esorbitante, il tutto era comunque controllato in modo impeccabile. Semplicemente mi sembrava un po’ troppo ruffiano per i miei gusti…

Era, però, acceso da poco più di un’ora per cui ho concluso gli ascolti e ho lasciato lo stereo acceso al minimo così da fargli sciogliere un po’ le gambe ma anche per far riposare un po’ le orecchie.

Vidar 2 + Schiit Kara:

Il giorno dopo, finalmente, sono sceso in taverna consapevole di poter ascoltare l’americano al pieno delle sue capacità e con una buona dose di entusiasmo in virtù degli elogi presenti in rete.

Però… Il rigonfiamento in gamma bassa era ancora lì in tutto il suo “bum bum”.

Dalla gamma media in su stavo ascoltando le S2/3R2 come non avevano mai suonato nel mio impianto: gli strumenti acustici sembravano, e sembrano tutt’ora con Kara, come se fossero lì nascosti dentro le casse in tutta la loro matericità. Anche la scena si è allargata e estesa parecchio rispetto a quanto mi aveva abituato il Rotel RB-1582.
Le voci erano perfettamente analoghe a quelle sentite abbinando Spendor a Galactron: vive.
Peccato per quella sensazione di eccessivo carico in gamma bassa che non riuscivo a concepire come dipendente dal finale…

Ho poi avuto un’idea: e se fosse un problema di posizionamento di diffusori/punto di ascolto?

Il Vidar 2 suona meno “sterile” del RB-1582 ma non avevo ancora realizzato che la cosa potesse anche portare a differenze di interazione tra diffuosori e ambiente.
Il suono era più “gonfio” per un motivo ben preciso: l’americano è più corposo in basso e i diffusori interagivano di più con la parete di fondo per cui il basso/medio-basso tendevano a gonfiarsi.
Di fatto, senza volerlo, con il Rotel la cosa portava a “sistemare” la risposta in frequenza ma con lo Schiit si scombinava tutto quanto…

La soluzione? Ho portato avanti di 5 cm i diffusori (si, solo 5 cm) e arretrato di conseguenza la poltrona.

Il risultato: la pace dei sensi, punto.

Avere Vidar 2 a valle delle elettroniche mi ha portato a pormi davvero tante domande sul senso di acquistare altre amplificazioni in classe AB… Al netto della potenziale necessità di una maggiore potenza disponibile: questo è il vero e unico limite che sono in grado di trovare sullo Schiit.

Jazz? Tutto perfetto.

Rock, anche pesante? Tutto perfetto.

Classica? Tutto perfetto.

Tutto perfetto al netto delle caratteristiche intrinseche di un’amplificazione in classe AB. Un’ottima amplificazione in classe AB che ha quasi, come accennato, della classe D in termini di escursione dinamica.
A Vidar 2 manca una sola cosa: la naturalezza e rilassatezza che solo un amplificatore in classe A può restituire.
Se vi capitasse l’occasione di ascoltare un Luxman LX-590, anche prima serie, o un Galactron MK2225 sapreste cosa intendo: sono caratterizzati dalla capacità di essere pienamente espressivi a tutti i volumi di ascolto senza fare null’altro che aumentare la corrente erogata verso i diffusori. Con un classe AB, invece, arriva il punto in cui l’ampli inizia a “gridare” e scomporsi.
Preciso che, sia con il Rotel che con Vidar 2, questo punto si raggiunge a volumi talmente elevati da non essere un problema. L’americano, in realtà, è anche meglio del giapponese in questo nonostante la potenza dichiarata sia inferiore.

Credete stia esagerando? Potrebbe essere.

A conti fatti, però, il mio impianto non aveva MAI suonato così bene e in modo così omogeneo. Ho anche riprovato a mettere il Rotel RB-1582 al suo posto e… Niente. La magia spariva.
Il suono in basso si asciugava togliendo “vita” alla Musica; allo stesso tempo la scena perdeva di fuoco e profondità/larghezza.

Di fatto era come guidare un’auto con il parabrezza leggermente sporco/appannato in una giornata tersissima: c’è sempre quel leggero alone che offusca la visuale e toglie contrasto alla vista. Una volta pulito il parabrezza, ovvero inserito Vidar 2 nell’impianto, il tutto acquisiva una lucentezza e un dettaglio differenti.
Si parla di sfumature eh, non di differenze abissali (gamma bassa a parte) ma che minano alla capacità del sistema di riprodurre al meglio ciò che si sta ascoltando.

E tutto questo senza aver ancora inserito Kara nel sistema.

Ebbene si: Schiit Kara.
Il preamplificatore che ha stuzzicato il mio appetito e per cui, già che ero in ballo, mi ha fatto pensare di provare anche Vidar 2 e, al limite, renderlo senza finalizzare l’acquisto.

Ma ne parleremo nel prossimo articolo. La recensione di Kara.

Schiit Vidar 2 – Prime impressioni

Ebbene si.

Venerdì mi è stata consegnata l’accoppiata pre+finale americana. Schiit Kara e Vidar 2 hanno fatto il loro ingresso in casa mia.

Per meri motivi logistici, per installare Kara avrei dovuto rivedere completamente la disposizione del rack SolidSteel, ho dato priorità al finale che ho prontamente installato, con non poca fatica, al posto del Rotel RB-1582.
Preciso che nelle operazioni di unboxing del Vidar 2 l’impianto era in funzione così da avere modo di fare un “cambio al volo” e comparare i due finali sul breve periodo. Prima di installare lo Schiit al posto del giapponese ho fatto una mezz’ora di ascolti mirati con il Vidar 2 alimentato così da verificarne il corretto funzionamento a vuoto e fare in modo di preriscaldare un minimo le componenti interne e non metterlo alla prova da “freddo”.

Prima di parlare di come suona, però, penso sia opportuno descriverlo un po’:

Arrivando dal Rotel 1582 il Vidar è decisamente piccolo e leggero; pesa quasi la metà del giapponese, 10 kg contro 18 kg, ed è anche decisamente più basso, più corto e decisamente più stretto ma non per questo più maneggevole… La massa del Rotel è ben distribuita essendo il trasformatore praticamente centrale, lo Schiit invece ha il trafo, e quindi la gran parte del peso, nella parte frontale del dispositivo. Una volta sullo scaffale, però, si tratta di un non problema e, grazie anche alle dimensioni ridotte, la pulizia del mobile risulta più agevole.
Nota a margine ma non troppo: il Vidar 2 “deve” essere impugnato dalle alette di raffreddamento in quanto i dissipatori sono esposti e fungono da elemento portante per la struttura. Non sono taglienti ma nemmeno smussati per cui un po’ fastidiosi da maneggiare fino a che non si trova il corretto equilibrio di sollevamento (presa a circa 1/3 della profondità dal frontale).

A livello elettrico i due finali sono decisamente differenti ma non troppo: entrambi sono caratterizzati da uno stadio di potenza a transistor bipolari, o BJT, ed entrambi accettano ingressi SE per segnali stereo. Qui finiscono le similitudini…
L’americano eroga la metà della potenza del giapponese, 100 W contro 200 W, ha un damping factor dichiarato potenzialmente peggiore >100 contro 1000, ma monta un trasformatore più prestante, 600 VA contro i 500 VA del 1582, ha una banda passante ±3 dB decisamente migliore, 3 Hz÷500 kHz contro 15 Hz÷100 kHz, un SNR migliore, 123 dB contro 116 dB e, soprattutto, una distorsione armonica totale migliore di un ordine di grandezza, 0,004% (poco meno di 90 dB) contro 0,03% (circa 70,5 dB).

Aggiungo, infine, che Vidar 2, acquistato in livrea nera, costa meno di € 1000,00 – non sono previsti sconti dal listino – ovvero circa il 30/40% del mio Rotel da nuovo…

Voi, però, vorrete sapere come suona…

E dovrete aspettare il prossimo articolo.

Schiit Magni+ e Modi+ Vs. Musical Fidelity V90-HPA con Philips Fidelio X1

Si, lo so, le mie cuffie non sono il massimo per poter esprimere giudizi su amplificatori dedicati perché caratterizzate da un carico decisamente facile da pilotare e, oltretutto, da una sensibilità elevata per permettere il loro utilizzo anche con dispositivi portatili senza, teoricamente, troppi problemi di interfacciamento. Devo dire che, a mia discolpa, non ho mai avuto un amplificatore per cuffie in grado di gestire senza problemi carichi più ostici… Fino ad ora.
Potrei dotarmi di qualcosa di più “audiophile” e di difficile pilotaggio nel futuro prossimo (Sennheiser HD660S2).

Fatta questa premessa penso sia arrivato il momento di esprimere un giudizio sull’accoppiata americana che ho acquistato il mese scorso, in sostituzione dell’inglesino, con il duplice intento di “assaggiare il suono Schiit” e dotarmi di qualcosa di più completo dal punto di vista prestazionale anche in funzione del blog.
Ammetto che non mi dispiacerebbe “buttarmi” nella mischia del mondo cuffie e compagnia.

Tornando a noi:
Ha senso comparare l’accoppiata Schiit con un V90-HPA?
La mia risposta è: alla luce del prezzo di listino americano direi di si. Alla luce del prezzo di listino italiano pure (anche se gli americani costano un centinaio di € in più – sono anche due dispositivi separati – si tratta pur sempre dei prodotti di accesso al catalogo dei due marchi).
OK, vi sento dire che il V90-HPA non è più in produzione e adesso ci si dovrebbe rivolgere a V90-DAC e V90-BPA ma… Io arrivo dal V90-HPA e quello è il mio metro di paragone.

I due sistemi sono stati collegati all’iMac con dei generici cavi USB, il Modi+ col cavo fornito in dotazione, il collegamento tra Modi+ e Magni+ è stato fatto con VanDamme Pro Grade Classic XKE Instruments terminato REAN, le Fidelio sono state collegate ad entrambi gli ampli con loro cavo fornito in dotazione. Magni+ è impostato per lavorare con guadagno al minimo (ma non negativo).
L’unico componente non standard presente era l’alimentatore del V90-HPA: invece dell’originale, e rumoroso, alimentatore switching 12 V 500 mA ho utilizzato un altro alimentatore, sempre switching, in grado di erogare 1 A.

Ho utlizzato i due SW che uso abitualmente per ascoltare musica ovvero Apple Music e Audirvana 2.0.
Ho installato sul Mac il plugin LosslessSwitcher per permettere la riproduzione Bit Perfect anche da Music (di default macOS esegue il ricampionamento alla risoluzione predefinita impostata da “MIDI Setup” per la periferica in uso).
Audirvana, invece, è configurato per effettuare un upsampling fisso a 2x per le sole tracce campionate a 44,1 e 48 kHz. Avendo utilizzato solo FLAC derivanti da CD ho sempre lavorato a 88,2 kHz.

Per puro spirito di iniziativa ho anche provato a collegare le cuffie all’iPad (ottava generazione), con un generico cavo audio per PC, giusto per avere anche un’idea del suono delle cuffie con un dispositivo portatile abbastanza diffuso.

Gia collegate all’iPad le cuffie non suonano “male” ma, abituato ad anni di utilizzo con il V90 (ma anche a un decina di giorni con l’accoppiata Schiit), sapevo che non stavano suonando al loro meglio.
I bassi sono un po’ arretrati, gli alti un po’ troppo presenti e fastidiosi ma, soprattutto, l’immagine sonora è inscatolata all’interno delle cuffie. È tutto lì e non c’è minimamente l’illusione di un campo sonoro che avvolge l’ascoltatore.
I suoni arrivano dall’orecchio destro, dall’orecchio sinistro o da entrambi.

Collegando le cuffie al Musical Fidelity, e pareggiando il volume, le cose migliorano sensibilimente: i bassi si fanno più corposi ed articolati, la gamma media prende vita e la gamma alta si mette in riga.
La cosa, però, che colpisce maggiormente è il fatto che il suono non parte più “dalle cuffie”; il palco si allarga e prende forma: c’è separazione tra gli strumenti e c’è aria e spazio tra loro.
Questo è il suono a cui sono sempre stato abituato e che pensavo fosse il massimo ottenibile dalle mie cuffie.
Fino all’arrivo delle scatolette nere.

Collegando Modi+ e Magni+ si ha esattamente lo stesso tipo di passo avanti.
Non scherzo.

Il suono prende corpo in tutti i sensi: non pensavo che le mie X1 potessero suonare tanto “vere”.
La cosa più sorprendente, però, è il fatto che il palcoscenico non solo si allarga ulteriormente ma, finalmente, prende forma anche in profondità. I panning non suonano più solo da DX a SX e viceversa ma “passano di fronte” all’ascoltatore.

Magni+ ha dalla sua anche una riserva di potenza inarrivabile per il V90-HPA, parliamo di 250 mW per canale contro quasi dieci volte tanto, ma l’inglese ha comunque un’ottima dinamica, complice anche la sensibilità delle Philips, e una buona velocità di risposta.
Con cuffie più ostiche sicuramente le differenze sarebbero decisamente più marcate.

Tirando le somme: se prima ero soddisfatto degli ascolti con il V90-HPA era solamente perché non avevo mai ascoltato le Fidelio X1 al massimo delle loro potenzialità…
Non fraintendetemi, il Musical Fidelity è un buon DAC e amplificatore per cuffia, non posso negarlo. Schiit Modi+ e Magni+ sono, però, su un altro livello.

Adesso capisco perché molti li considerano dei punti di arrivo e non di partenza…

Next step: portare Modi+ nell’impianto “dei grandi” e vedere come se la cava.