Fosi Audio V3 Mono

Ora che mi appresto a scrivere la recensione dei finali Fosi Audio V3 Mono, ora che li ho già venduti, mi rendo conto di non avere nemmeno una foto decente degli stessi.
Ho solamente le foto stampate, in fretta e furia, per creare l’annuncio di vendita su Subito.it e mi farò andare bene quelle…anche perché, diciamolo, la rete è piena zeppa di foto dei dispositivi ripresi da qualsiasi angolazione possibile.

Premessa:

I tre V3 Mono che ho avuto in casa non mi sono stati dati da Fosi Audio ma sono stati “acquistati” finanziando la campagna Kickstarter degli stessi.
Nello specifico il contributo complessivo è stato di HK$ 2750,00 suddivisi in:
– HK$ 2600,00 “EARLY BIRD | V3 Mono*3 | 25% OFF:
3x V3 Mono
3x 48V/5A PSU
– HK$ 100,00 per la spedizione
– HK$ 50,00 come contributo volontario

Il tutto, al cambio attuale, si traduce in circa € 340,00 – Di fatto poco più del prezzo di listino di due V3 Mono su Amazon.it.

Perché faccio questa premessa? Semplicemente perchè ritengo opportuno specificare che ho acquistato i V3 Mono con l’intento di tenerli con me vita natural durante.
Così, come avete potuto leggere poco sopra, non è stato…

Ma ora: bando alle ciance. È ora della recensione.

Estetica ed ergonomia:

Il piccolo Fosi Audio V3 Mono rappresenta la perfetta evoluzione dei “fratelli” V3 e ZA3.

Il dispositivo è più compatto di entrambi i modelli citati; è una via di mezzo tra il V3 e il V1.0G a livello di dimensioni e si riesce a tenere tranquillamente nel palmo di una mano.

Il peso, di conseguenza, è circa la metà di quello del V3; questo è, a mio giudizio, il primo dei difetti di questo dispositivo: troppo leggero! OK che hanno ridotto all’osso le materie prime in ottiche di contenimento costi (credo) ma i miei cavi di potenza, che non sono propriamente “appesi” al finale, se non posizionati correttamente lo sbilanciavano sollevandone il frontale.
L’abbinamento a cavi massicci, perché “Hi-End”, potrebbe risultare più complicato del previsto qualora non ci sia modo di dare un piano d’appoggio decente alla “coda” di cavi sul retro dell’amplificatore…
Non si tratta di una pecca grave, lo so, ma vista la natura del prodotto e, soprattutto, per il posizionamento di mercato previsto…un po’ di ciccia in più avrebbe potuto portare a maggior stabilità in caso di installazioni “estreme”.

Passando al lato estetico credo che questo sia uno dei dispositivi più puliti che io abbia mai avuto tra le mani.
Il frontale è perfettamente simmetrico con due leve a bilancere ai lati: sulla SX un selettore a tre posizioni per accendere/spegnere il finale con la possibilità, tramite la posizione centrale “AUTO”, di impostare il V3 Mono per accendersi automaticamente appena viene rilevato un segnale in ingresso e spengersi dopo qualche minuto di inattività – 10 minuti dichiarati ma, nella realtà dei fatti, 12/15 minuti; sulla DX il selettore di ingresso RCA/XLR.

Ne parlerò, un po’ in dettaglio, nei due paragrafi seguenti.

Il selettore di sinistra – Evitate gli automatismi

Parto dal primo selettore che, probabilmente, verrà utilizzato e mi sento di sconsigliare, caldamente, l’utilizzo della modalità “AUTO”.
I motivi sono i seguenti:

  • L’accensione dell’amplificatore è “quasi” istantanea ma non proprio. Il circuito di analisi del segnale di ingresso intruduce un ritardo, minimo, sull’attivazione della routine di accensione; il tutto richiede un paio di secondi, niente di trascendentale, ma spesso mi sono ritrovato a dover riposizionare la testina del giradischi ad inizio traccia piuttosto che ha far ripartire il CD/brano per poterlo ascoltare nella sua interezza. Dettagli, di sicuro, ma dopo un paio di giorni ho iniziato a preferire la gestione manuale di accensioni/spegimenti
  • La modalità “AUTO” ha un consumo non indifferente al netto dell’efficienza di funzionamento dei V3 Mono. In pratica due finali, impostati in tale modalità di accensione/spegnimento, hanno un consumo continuo di circa 10 W l’uno. Non moltissimi, vero, ma comunque elevato se si considera che il consumo in idle, ma anche ad ascolti medio/bassi, si attesta su circa 25 W l’uno.
  • Gli alimentatori, in modalità AUTO, tendono a scaldare più di quanto si possa pensare. Anche qui, niente di allarmante, ma una cosa da tenere comunque in considerazione.

Il selettore di sinistra – Selezionando l’ingresso XLR passa, a volte, anche il segnale RCA

Si tratta di un comportmento strano che ho riscontrato nel passaggio da impianto stereo, in cui i V3 Mono erano collegati tramite cavo XLR alle uscite di Kara, all’impianto HT in cui il processore ha solo uscite RCA.
Al primo giro di YPAO tutto ha funzionato, circa, come previsto nonostante due canali L/R avessero gain decisamente inferiore rispetto agli altri (circa 15/16 dB). Ho poi notato che i selettori di ingresso erano rimasti in RCA e che i due V3 Mono si fossero attivati in automatico* nonostante il collegamento “errato” rispetto a quanto impostato.
Non succedeva sempre ma è capitato almeno 3/4 volte (ho fatto un bel po’ di prove per cercare di trovare la quadra).

* Le amplificazioni dell’impianto HT era gestito tramite multipresa con interruttore che accendevo solo alla bisogna. Il problema, ora, non si pone più – Ma ne parleremo a tempo debito. Ora rimaniamo sul Fosi V3 Mono.

Il retro è il lato meno riuscito in termini di ergonomia generale, inutile girarci troppo attorno…

Da SX a DX: Ingresso RCA sovrastato dal selettore di gain, ingresso bilanciato bivalente XLR/TRS, morsetti di uscita e ingresso alimentatore.

Tutto ordinato eh, nulla da eccepire, ma considerando le dimensioni del pannello posteriore gli spazi sono poco gestibili nel caso in cui si decida di utilizzare entrambi gli ingressi e, malauguratamente, si riveli necessario scollegare i diffusori piuttosto che il solo cavo bilanciato…
Peggio ancora se i cavi diffusori sono terminati a forcella o con cavo spellato!

Gli spazi sono quelli che sono, però, e quindi le scelte sono state in qualche modo obbligate; lo capisco. Se, però, avessi potuto avere parte attiva nel design del retro avrei previsto unicamente ingresso XLR e fornito adattatore XLR/RCA per l’utilizzo con preamplificatori non bilanciati e avrei, soprattutto, utilizzato connettori di uscita di dimensioni “standard”, o almeno analoghe a quelli montati sul LC30, per permettere l’utilizzo di cavi/connettori a forcella “cicciotti” senza troppi problemi.

I lati, che non ho ritratto, sono analoghi a quelli del Fosi Audio ZA3 e caratterizzati da feritoie per l’aerazione e dissipazione passiva del calore. Belle e funzionali ma, vedremo, forse un po’ limitate a livello dimensionale. Mi sono chiesto, più volte, nel corso della recensione se farne meno ma di diametro maggiore avrebbe avuto un migliore effetto sulla gestione del calore…

La realtà dei fatti è, però, che dispositivi così piccoli si sposano male con ingressi multipli e connettori di uscita multiformato. La scelta di Schiit, con Rekkr, è stata drastica ma vincente: l’ unico modo per collegare i diffusori è tramite connettori banana; in questo modo a cavi di potenza scollegati (e le operazioni collegamento/scollegamento delle banane sono decisamente più pratiche del cavo spellato/forcella) la gestione dei connettori di ingresso è molto più semplice ed immediata.
Si tratta, però, di una scelta drastica e poco appetibile dal grande pubblico, lo so.
Può essere, però, che sono strano io.

Prima accensione – E primo ascolto:

Il primo giro di ascolti è stato fatto soppiantando direttamente Vidar a valle di Kara: ingressi RCA, con gain impostato di fabbrica a 31 dB, e collegamento diretto alle SP2/3R2.
Appena accesi non mi sono piaciuti granché. Classico suono da classe D perfettamente in linea con V3 e ZA3; la scena, inoltre, mi sembrava piccola e congestionata. Tutto l’impianto era, però, davvero freddo (tutto quanto spento da qualche giorno – se so di non poter ascoltare per più di due giorni consecutivi ho imparato a spegnere tutto quanto direttamente dall’interrutore della multipresa) e ho deciso di lasciar suonare il tutto per un paio di orette, a volumi minimi, così da mandare a regime le elettroniche e passare in un secondo momento agli ascolti. Utilizzavo Yggdrasil per convertire l’uscita del Sonos Connect; il DAC in questione ha bisogno di un minimo di riscaldamento per potersi esprimere a modo.

Passato il paio d’ore, qualcosa in più di tre ore in realtà, sono tornato in poltrona e le cose erano sì migliorate ma, comunque, nulla che facesse gridare al miracolo… Sembrava di ascoltare un V3, l’integrato, con un po’ più di “aria” e definizione ma, ancora, non notavo nessun miglioramento rispetto ai fratellini.
Ho, poi, realizzato che in qualche recensione veniva enfatizzato l’utilizzo degli ingressi differenziali per poter far lavorare al suo meglio i due finali. L’implementazione del TPA3255 è di tipo nativo, ingresso bilanciato differenziale ed uscita differenziale, per cui stavo passando per un circuito di conversione a operazionali che gestiva la transizione da SE… Memore dell’esperienza avuta con lo ZA3 ho ordinato due cavi XLR, a caso, su Amazon ed ho atteso il giorno successivo per la consegna.

Seconda accensione – e ascolti successivi:

Ricevuto il cavo, questo, ho preferito fare qualche ascolto con collegamento SE per avere una “base” mnemonica sul suono dei V3 Mono in questa configurazione (ricordo che la nostra memoria uditiva può essere inattendibile già a breve termine, figurarsi dopo un giorno).
Dopo un paio di dischi, ovvero meno di due ore di ascolti, mi sono attivato per la sostituzione dei cavi ed ho scoperto una cosa non da poco: i V3 mono scaldano. Eccome se scaldano!!!
Non diventano ustionanti eh, niente di allarmante da questo punto di vista, ma raggiungono tranquillamente i 40/45 °C in ambiente non climatizzato a 20/22 °C dopo qualche ora di ascolti a volumi normali.
Ripeto, non è tantissimo, ma io li avevo posizionati affiancati tra loro con 10 cm di distanza e nulla ai lati esterni/sopra. Montarli impilati potrebbe essere un po’ un azzardo (temo). Ecco spiegato perché ipotizzo che dei fori di areazione laterali più generosi potrebbero aiutare nella dispersione del calore; calore che, va detto, parte dal centro della faccia inferiore dell’involcro che è termicamente accoppiato all’integrato di potenza.

Il passaggio all’ingresso XLR è stato, va detto, un salto in avanti davvero notevole.
Notevole al punto che li sentivo migliori di qualsiasi finale passato tra le mie mani; migliori anche di Vidar 2.
C’era aria, c’era definizione, c’era una gamma media “viva”, c’era una gamma alta coerente… mancava un po’ di basso ma è stato sufficiente accendere il T5 ed aumentare il volme di uno scatto per rimettere tutto a posto.
Per un paio di settimane ho ascoltato solo con i V3 Mono, avevo anche rimesso Vidar nella sua scatola convinto di rivenderlo e rientrare della spesa per l’acquisto dei tre Fosi Audio.

Mi ero anche fatto il film mentale del cablaggio bilanciato dal pre alla panca TV e il collegamento in RCA dal sinto con l’intento di ridurre la dispersione sui cavi di potenza – la dorsale di segnale c’è già, si trattava solo di acquistare cavi, decenti, della giusta lunghezza per effettuare i collegamenti patch quando, purtroppo o per fortuna, mi sono stati consegnati lo ZA3 e l’LC30…
Quale miglior occasione di provare lo switch ampli/altoparlanti se non per fare un confronto al volo con Vidar 2?

Al Fosi Audio LC30 dedicherò, a breve, un articolo dedicato perché si tratta di un prodotto decisamente interessante e, temo, poco apprezzato/compreso.

Ad ogni modo, tornando al confronto tra Vidar e V3 Mono: il confronto è stato effettuato, prima, con il V3 collegato in bilanciato per fare un confronto al meglio delle possibilità.
Devo precisare che il cinese, così configurato, ha un guadagno leggermente inferiore di quello di Vidar per cui dovevo aumentare il volume, su Kara, di 3/4 passi per pareggiare i conti.

Cosa dire? Ad un ascolto non attento e/o con brani con dinamica compressa (commerciali e non) le differenze erano quasi impercettibili. I Fosi V3 Mono si sono confermati, nel mio impianto e per programmi musicali “da radio”, del tutto adeguati e in linea con le aspettative.
Un ascolto più critico, e con brani meglio incisi, l’americano era in grado di prendere il sopravvento in termini di risoluzione reale percepita, dettaglio, spinta in basso e definizione della scena/estensione della stessa.
Si parla di sfumature eh, niente di trascendentale e, ribadisco, cose percebili solamente a seguito di ascolti mirati, con programma musicale selezionato e con cognizione di causa circa l’ampli che stava realmente suonando. Tentare di fare un test in cieco sarebbe stato inutile per via della differenza di guadagno tra i dispositivi.

Ho ascoltato a lungo le due amplificazioni, in modo più imparziale possibile, e con i generi più disparati nonché da tutte le sorgenti in mio possesso. Vidar 2 mi ha sempre regalato esperienze migliori sui brani aventi produzione più curata ma per il resto i Fosi erano praticamente alla pari.
Forse un filo più cupi e chiusi in alto, come se il PFFB strozzasse la gamma alta/altissima rispetto, e con meno “nero infrastrumentale”. Il disco che rendeva davvero evidente la differenza di pasta tra i cinesi e l’americano era, neanche a dirlo, Strings of Steel di Hdges. Il risuonare di manico e cassa armonica quando colpiti in modo percussorio non erano per niente realistici tramite i Fosi Audio V3 Mono, si sentiva il colpo sulla cassa ma non il riverbero sulle corde; Vidar 2 , invece, rendeva appieno l’effetto dell’intero strumento colpito e vibrante.
Se avete ascoltato il disco, o conoscete l’artista e lo strumento, credo possiate capire cosa intendo.

Ho provato, per sfizio, a collegare anche i Fosi tramite ingresso RCA e niente… Vidar 2 prendeva il volo rispetto al cinese. Senza troppi giri di parole.

Nota a margine: i due Fosi Audio, di listino, vengono a circa 1/3 dello Schiit, lo so. Ma si tratta, pur sempre, della mia amplificazione di riferimento.
O meglio: si trattava…

Terza accensione – ok l’HT ma non proprio effetto cinema:

L’ultimo test, che poi è stato il penultimo ma vabbé, ha visto il terzetto collegato ai diffusori frontali dell’impianto HT.
Vidar 2 era tornato in pianta stabile al suo posto a valle delle elettroniche dello stereo, il Fosi Audio LC30 ha preso posto nella panca TV per fare da selettore di amplificazione per le due casse frontali, e i V3 Mono sono stati installati al posto del Rotel RB-993 che aveva iniziato a fare un po’ di bizze (ho poi scoperto dipendenti da polvere accumulata al suo interno).
Mi sono detto: se in stereo erano al pari di Vidar per alcuni aspetti… In HT saranno perfettamente utilizzabili senza problemi.
Ecco: si e no.

Si perché, comunque, la riproduzione audio è il loro pane e quindi per suonare suonavano bene.

No perché, purtroppo, nelle scene d’azione con esplosione e/o panning veloci peccavano di spinta e velocità di reazione. Non saprei come definirla meglio ma, ad esempio, l’attacco al convoglio che attraversa il deserto irakeno con Stark nell’Hummer, all’inizio di Iron Man, suona tutta uguale: colpi di mitra, esplosioni a campo largo ed esplosione “finale”, quella che scaraventa a terra Stark, sembrano avere tutte la stessa identica pressione sonora.
Col Rotel, così come con il nuovo finale 5 canali che eroga un terzo dei watt dei Fosi, ogni tipo di detonazione aveva una sua dimanica ed un suo impatto ben differente e decisamente più coinvolgente.

Per cui, purtroppo, i Fosi Audio V3 Mono non sono più con me…

Suonano bene. In relazione al loro prezzo, sul nuovo, sono forse i migliori finali mono presenti sul mercato ma… Cercando sull’usato, magari aspettando un po’ ed aumentando il budget disponibile, la situazione in due canali diventa un po’ meno favorevole.
Certo è che, se avete poco spazio, necessità effettiva di 100 W per canale le scelte sono davvero pochissime (ammesso che ce ne siano di appetibili e pronte all’uso).

Li consiglierei? Basandomi solo su specifiche e dati oggettivi, probabilmente si. Dopo averci giocato per qualche mese in casa mia e con diverse destinazioni d’uso… Chiederei prima lumi sugli abbinamenti che si hanno in mente di creare e sulla musica ascoltata.

Fosi Audio ZA3 – La recensione

Dopo due settimane di convivenza con il Fosi Audio ZA3 direi che posso tranquillamente tirare le somme e pubblicare questa recensione.

Premetto che non ho fatto ascolti mirati utilizzando l’uscita “SUB” ma che ho comunque provato a collegarci il mio REL Acoustics T5 giusto per farmi un’idea del suo funzionamento e, a differenza di molti recensori/utenti online, ho apprezzato il fatto che sia pilotata da un circuito già filtrato al di sopra dei 300 Hz e ne spiegherò il perché a momento debito.

In fondo all’articolo è presente l’elenco degli accessori/dispositivi utilizzati per la recensione e acquistabili su Amazon.it.

Estetica:

Come tutti i prodotti Fosi che ho avuto il piacere di avere tra le mani anche lo ZA3 si presenta curato nei minimi particolari e privo di difetti di lavorazione e/o sbavature estetiche.
Selettori a leva, potenziometro, così come i connettori di ingresso e uscita, non presentano giochi particolarmente accentuati e danno l’idea di maneggiare un prodotto di costo davvero superiore al listino richiesto. Saranno le dimensioni meno contenute ma lo ZA3 sembra più solido sia del fratellino V3 sia dei “cugini” V3 Mono.
Per fare un paragone: il Rotel RC-1570 che avevo in precedenza sembrava meno “premium” di questo piccolo integrato cinese a livello di feeling quando si agiva sull’encoder del volume e/o si innestavano connettori RCA particolarmente aggrappanti…

Frontale:

Il frontale del Fosi ZA3 è estremamente pulito ed elegante, nonché perfettamente simmetrico nelle forme e nell’aspetto.
Al centro trova posto la manopola di regolazione del volume, che funge anche da comando di accensione/spegnimento tramite pressione prulungata, a destra troviamo il selettore per funzionamento stereo/mono e, infine, a sinistre il selettore di ingresso RCA/XLR.
Tutto comodamente a portata di mano e, soprattutto, tutto appagante nell’utilizzo.

Laterale:

La vista laterale è, probabilmente, la meno noiosa offerta dallo ZA3.
Anch’essa pulita e lineare presenta dei fori di aerazine per la dissipazione passiva del calore generato dall’integrato, inteso come IC, che si occupa dell’erogazione di potenza: il “solito” TPA3255 di Texas Instruments.
Viste le temperature raggiunte in uso direi che questi fori sono più funzionali che estetici perché la parte superiore dello chassis non è mai stata calda al tocco ma, al più, tiepida. Questo anche dopo sessioni di ascolto prolungate e senza averlo mai spento per il periodo in cui è stato collegato all’impianto.

Posteriore:

Qui le differenze con il resto degli integrati Fosi si fanno davvero evidenti perché il pannello posteriore è davvero affollato di connettori di ingresso/uscita. Affollato ma, a onor del vero, comunque ordinato e facilmente gestibile.

Nell’ordine troviamo:
– Connettori di ingresso differenziali “bivalenti” XLR/TRS di buona fattura ma, pignolo io, privi di sistema di aggancio/sgancio di sicurezza. Nulla che ne infici il corretto funzionamento – anche Kara ne è sprovvisto.
– Connettori di ingresso RCA dorati e di buona fattura
– Connettore RCA dedicato all’uscita linea per un eventuale subwoofer attivo
– Morsetti di uscita per i diffusori – i “soliti” di Fosi Audio. L’unico vero aspetto migliorabile per i dispositivi “premium” del marchio
– Connettore di ingresso per accensione/spegnimento automatizzato che lavora secondo gli standard A/V
– Connettore di alimentazione del tutto identico a quello del “fratellino” V3.

Ergonomia:

Se per il V3, così come per il V1.0G, aveva poco senso parlare di ergonomia – e infatti non l’ho fatto, qui reputo indispensabile farlo in virtù, soprattutto, di tre aspetti:
– Il dispositivo ha due ingressi differenti: XLR/RCA
– Il dispositivo ha due modalità di funzionamento: MONO/STEREO
– Il dispositivo ha un ingresso trigger per gestirne l’accensione “da remoto”

Prima di addentrarmi nella disamina di quanto sopra, però, credo sia utile far presente che collegare qualcosa a TUTTI gli ingressi/uscite dello ZA3 potrebbe risultare una cosa più difficile del previsto qualora lo si faccia in tempistiche differenti…idem scollegare il sub una volta collegato tutto il resto.

Collegare/scollegare il sub senza rimuovere uno dei connettori RCA di ingresso linea o i cavi dell’altoparlante destro (nel caso in cui si utilizzino banane) è quasi impossibile senza spostare fisicamente l’integrato.
Ma anche agire sul connettore di alimentazione con il cavo di Trigger al suo posto non è cosa semplicissima…

Nell’uso, però, l’ergonomia è davvero ottima e ci si abitua facilmente all’utilizzo dell’integrato. Molti hanno lamentato l’assenza di telecomando ma, francamente, non reputo la cosa una mancanza o un deficit tale da comprometterne completamente l’usabilità. Averlo, lo ammetto, sarebbe stato molto comodo nelle fasi di ascolto “in solitaria”.
L’aggiunta del telecomando avrebbe implicato l’inserimento di un potenziometro motorizzato e la necessità di implementare ALMENO un paio di relé per la gestione del cambio di ingresso nonché di tutta l’elettronica di controllo necessaria (sarebbe stato necessario cambiare anche il fattore di forma?) facendo lievitare, temo non poco, il prezzo d’acquisto dello ZA3; il riecevitore IR, inoltre, avrebbe rotto la simmetria del frontale… Alla fine della fiera non me la sento di criticare questa scelta fatta dal produttore.

Prima accensione – E primo ascolto:

Qui non c’è stata, come per Gjallarhorn e Rekkr, indecisione su dove collegare prima lo ZA3; è finito per direttissima nell’impianto di riferimento a valle di Yggdrasil collegato sia in bilanciato che in single ended. Avevo intenzione di fare lo stesso usando Skoll per ascoltare qualche LP ma, alla fine, non l’ho fatto; più per mancanza di reale necessità che altro.
Yggy, abbinato al Mac Mini, al lettore SACD e al Sonos Connect mi permette di attingere ad una libereria musicale pressoché illimitata sia in termini di quantità che in termini di qualità. Il poter pilotare la sorgente dal tablet è, inoltre, immensamente più comodo e pratico…

Tornando al Fosi Audio ZA3: come suona? I primi ascolti, per prendere le misure e imparare a conoscelo, sono stati fatti unicamente con ingresso RCA.

Sarò schietto, forse troppo, ma mi ha ricordato SUBITO il suo fratellino V3 in tutto e per tutto. La scena, forse (e all’inizio), sembrava un po’ più larga e profonda ma per il resto non ho avuto quella sensazione di “novità” che mi aspettavo.
Ho imputato la cosa alla mancanza di warm-up/rodaggio delle componenti elettroniche per cui ho lasciato tutto collegato per qualche ora, una notte e una mattina per la precisione, e sono tornato a sedermi in poltrona di fronte all’impianto… Stessa sensazione del giorno precedente.
Possibile?

Ho pensato: “Magari passando all’ingresso XLR la situazione cambia… Yggy, del resto, è nativamente bilanciato e potrei sfruttare anche questa sua caratteristica…”

Ho fatto partire Aerial Boundaries di Michael Hedges e sono passato all’ingresso XLR e…in tutta onestà? Peggio. Suono più compresso e meno dinamico che da ingresso RCA; c’è stata una perdita di dettaglio non da poco sulla riproduzione della chitarra e delle armoniche artificiali.
Con musica più commerciale, in realtà, il problema non si pone (e lo ZA3 potrebbe essere considerato un punto di arrivo esattamente al pari del V3) ma con brani/album/artisti/generi più ricercati è venuto fuori che da ingresso RCA suona meglio. E non poco a dirla tutta…almeno a mio gusto.

Non mi sono, però, accontentato del mio orecchio ed ho cercato riscontri in rete da parte di altre recensioni/esperienze e, sebbene nessuno ha “snobbato” l’ingresso XLR come il sottoscritto, ho trovato che su un noto sito/forum di recensioni oggettive e corredate da misure, fatte con analizzatori audio di riferimento, l’ingresso XLR e l’ingresso RCA offrono esattamente le stesse caratteristiche di THD+N (espresso come SINAD – ovvero l’equivalente, in dB, del valore altrimenti espresso in %).
Alla luce di ciò ho dato un’occhiata alle foto del PCB per cercare di capire come si sviluppa il percorso di segnale, cosa che ammetto non avevo ancora fatto, e ho notato che l’ingresso XLR è “gestito” con un OpAmp duale utilizzato in modalità differenziale che poi finisce nello stadio di buffer, single ended che è, ovviamente, condiviso con gli ingressi RCA e ricalca in toto l’implementazione vista nel V3…che, guardacaso, offre prestazioni (in termini di SINAD) esattamente sovrapponibili.
Non so perché ma nella mia testa lo schema era esattamente invertito: ingresso XLR che, di fatto, pilota il TPA3255 con un doppio ingresso differenziale e ingresso RCA che viene “bilanciato” all’interno del dispositivo per essere, quindi, gestito come se fosse un differenziale puro…

Fatto sta che, al netto di tutte le elucubrazioni possibili e immaginabili, da quel momento in poi ho utilizzato esclusivamente l’ingresso RCA per gli ascolti a venire ed ho, in questo modo preso due piccioni con una fava.

la fava:

Usando l’ingresso RCA ho avuto la possibilità, grazie anche (e soprattutto) al Fosi Audio LC30, di mettere a confronto con switch istantaneo due sistemi con Yggy come unica sorgente; il DAC offre due coppie di uscite RCA.
Il fatto che, inoltre, la nostra memoria uditiva sia veramente labile (questione di secondi per le sfumature) implica che l’unica modalità sensata di eseguire confronti tra sistemi sia quella “al volo” che ora, finalmente, sono in grado di implementare per questa tipologia di recensioni.

I due piccioni:

Un CD di test con segnale a 1 kHz, un multimetro RMS a 3,5 cifre, un fonometro e il level-matching tra i due sistemi collegati in simultanea si è rivelato un gioco da ragazzi.
NB: livellare PERFETTAMENTE i due sistemi ha un senso OGGETTIVO per via del “funzionamento” del nostro apparato uditivo. Noi, tutti, tendiamo a preferire un sistema che suona più forte, anche di solo mezzo dB, indipendentemente dal fatto che suoni effettivamente meglio e/o offra livelli di dettaglio e risoluzione migliori.

Primo Round – Fosi Audio ZA3 Vs Schiit Kara + Vidar 2:

Sarò sincero: le differenze non sono solo sfumature; alcune sono lampanti soprattutto in base al programma musicale in riproduzione. Altre in realtà, se non fosse stato per il confronto diretto A/B, probabilmente non le avrei nemmeno (quasi) notate.

Se avessi avuto ancora l’accoppiata Rotel temo che, come accaduto per il V3, non avrei avuto nulla da recriminare al piccolino. L’alimentatore di serie è quello a 48 V per cui anche dal punto di vista della dinamica non avrei avuto, davvero, nulla da criticare ma solo elogi…
Peccato che i giapponesi non sono più con me.

La cosa più lampante che si avverte col Fosi Audio è che la scena suona più piccola in tutte le dimensioni. Il fuoco è comunque ottimo ma gli strumenti sono più vicini tra loro.
Un’altra cosa facilmente percepibile è la minor presenza di armoniche nella riproduzione di strumenti acustici: le dita che scorrono sulle corde di una chitarra acustica/elettrica, ad esempio, suonano con minor verve che con gli americani, con meno presenza e impatto.
Le sfumature, invece, sono legate ad un minor controllo in gamma bassa (Vidar 2 suona più frenato), una gamma media leggermente più avanzata e meno swing dinamico/impatto con musica classica/colonne sonore.

Insomma: niente di stravolgente e, soprattutto, cose che non si avvertono (quasi) ascoltando musica commerciale/pop/rock con produzioni particolarmente compresse.
Sono, però, presenti e credo sia opportuno renderlo noto.

Dischi/brani che hanno evidanziato maggiomente le differenze, e che ho utilizzato per il resto dei confronti:
– Aerial Boundaries di Michael Hedges
-Chris Jones: Roadhouses & Automobiles
– Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl OST
– Adele: Live at the Royal Albert Hall
– Davide Van De Sfroos: Quanti Nocc

Primo Round – Fosi Audio ZA3 Vs. Schiit Kara + Gjallarhorn:

Qui, lo ammetto, mi aspettavo di mettere in difficoltà il piccolo Schiit e invece… L’americano è stato STU-PE-FA-CEN-TE.

Certo: le riserve dinamiche, soprattutto a volumi medio/alti, erano invertite rispetto al confronto con Vidar 2 ma per il resto, in tutta onestà, non c’è stato paragone. Solo l’estensione della scena era a vantaggio del Fosi Audio ma per il resto Gjallarhorn si è dimostrato anche migliore di Vidar 2 (cosa che un po’ mi aspettavo).
Certo, alzando il volume, lo ZA3 non si scompone e resta coerente mentre il piccolo Schiit tende ad andare in confusione, e chiudersi a riccio, ma bisogna alzare il volume per arrivare a questo punto.

Il fatto è, però, che la resa in termini di “immagine sonora” resta uno degli aspetti più appaganti dell’ascolto di un impianto Hi-Fi (almeno per me) per cui, alla fine della fiera, ho preferito il Fosi Audio allo Schiit*.

Nota a margine: alzare il volume significa sfiorare gli 85 dBA al punto di ascolto (circa 3 metri dai diffusori)

Ultimo Round – Fosi Audio ZA3 Vs. Fosi Audio V3:

Nessuna differenza percepita. Zero.

I due dispositivi suonano, di fatto, IDENTICI tra loro…
Alla luce di ciò ho voluto fare una verifica dell’ingresso XLR dato che, comunque, per poter agire sul selettore a leva dello ZA3 dovevo per forza di cose alzarmi e andare fisicamente a cambiare l’ingresso (ricordo che la nostra memoria uditiva è pessima già sul brevissimo periodo); lo switch immediato col Fosi Audio LC30 ha confermato le mie sensazioni iniziali: l’ingresso XLR suona leggermente più compresso e confuso dell’ingresso RCA.

Entrambi, però, si sono dimostrati praticamente imbattibili nella loro fascia di prezzo e oltre… Dovrei pensare di munirmi di un integrato entry level “di marca” per poter fare confronti più sensati dal punto di vista economico.
Ma temo potrebbe non esserci storia. E, aggiungo, i Fosi credo sarebbero migliori…

Funzionalità aggiuntive:

Il Fosi Audio ZA3 ha tre caratteristiche particolari che lo differenziano sensibilmente dagli altri prodotti nella stessa categoria/fascia di prezzo:

  1. È dotato di uscita SUB da connettore RCA
  2. Può essere utilizzato come amplificatore monofonico – mantendendo la regolazione di volume attiva
  3. È dotato di ingresso Trigger per accensione/spegnimento comandato da remoto

Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta – Premetto che non ho praticamente sfruttato nessuna di queste caratteristiche

UScita SUB

Questa è, probabilmente, l’unico elemento che è stato criticato per la “colpa” di essere filtrato a 300 Hz. Ora: per me il fatto che si tratti di un’uscita già filtrata non è uno svantaggio; anzi!
È vero che il 90% dei sub attivi dotati di ingresso linea sono anche provvisti di filtro passa basso regolabile per l’integrazione con il resto dell’impianto (incrocio tra frequenza di emissione del sub e minimo di emissione dei diffusori).
È anche vero, però, che nel caso in cui si utilizzi un sub passivo non si dovrà andare a filtrare tutta la banda audio al di sopra dei 300 Hz stessi con buona pace della dissipazione di potenza del crossover e con un notevole aumento dell’efficienza complessiva del sistema (e della sua resa dinamica).

Insomma: potevano mettere un’uscita sub non filtrata? Si, ma non sarebbe stata un’uscita “Sub” ma una semplice uscita “Mono”.

Modalità Mono e ingresso Trigger

Queste due cose vanno, secondo me, valutate per forza di cose insieme; a meno che uno non voglia acquistare, ed utilizzare, un secondo ZA3 da utilizzare in mono per pilotare un Sub passivo avendo anche modo di regolarne il volume di uscita in modo indipendente…e accenderlo e spegnerlo alla bisogna.

Converrebbe, però, partire dallo spiegare proprio questa modalità “MONO” perché si tratta di un’implementazione ibrida del collegamento a ponte di un finale stereo tradizionale fatto, utilizzando un sommatore differenziale, e un collegamento in parallelo dei due canali DX e SX.
Nella realtà dei fatti uno dei due canali, il sinistro, viene scollegato dal TPA3255 che, dovendo gestire un solo canale di potenza, può convogliare tutta l’alimentazione sul canale destro andando a, quasi, raddoppiare la corrente erogabile e, di conseguenza, la potenza massima.
Tutto questo ha un grosso “però”: si perdono quasi 15 dB di SINAD. Non pochi in senso assoluto.

L’ingresso Trigger non credo necessiti di spiegazioni… Per chi non lo sapesse, però, serve a gestire accensione e spegnimento dell’amplificatore in base allo stato, acceso/spento, di un altro componente dell’impianto dotato di Trigger “OUT”.
Poco sensato, a mio modo di vedere, per un integrato; molto sensato, invece, per un finale. Da qui la mia convinzione che ingresso Trigger e modalità monofonica siano state integrate per un utilizzo congiunto: all’accensione del preamplificatore, dotato di uscita Trigger, i due finali ZA3 si accendono all’unisono senza dover intervenire su tre dispositivi. Ovvio che la stessa cosa avverrebbe anche in caso di singolo ZA3 utilizzato in stereo.
Manco a farlo apposta è l’accoppiata con cui è stato presentato il nuovo DAC/preamp del marchio: lo ZD3.

Concludendo:

Siete alla ricerca di un integrato con due ingressi, di cui uno differenziale con connettore XLR/TRS, che non occupi troppo spazio e che suoni davvero bene in relazione al prezzo d’acquisto?
Comprate il Fosi Audio ZA3 e sarete contenti per parecchio tempo a venire*.
Siete alla ricerca di un integrato con singolo ingresso RCA che non occupi troppo spazio e che suoni davvero, ma Davvero, bene in relazione al prezzo d’acquisto?
Comprate il Fosi Audio V3 e sarete contenti per parecchio tempo a venire*.

Scherzi a parte: andate a leggervi le conclusioni della recensione del “fratellino” Fosi Audio V3 perché potrei fare un semplice copia/incolla.

*Al netto della sempre in agguato smania dell’upgrade.

Dispositivi utilizzati per la recensione – Acquistabili su Amazon.it:

Fosi Audio ZA3
Fosi Audio V3
Fosi Audio LC30
Alimentatore Fosi Audio 48 V 5 A – Standard
Cavi audio di segnale RCA Gotham GAC4/1 – World Best Cables
Cavi audio di segnale XLR Mogami 2534 – Enoaudio
Cavi audio di potenza Cordial CLS 440

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Grazie.

Schiit Vidar 2 – Prime impressioni

Ebbene si.

Venerdì mi è stata consegnata l’accoppiata pre+finale americana. Schiit Kara e Vidar 2 hanno fatto il loro ingresso in casa mia.

Per meri motivi logistici, per installare Kara avrei dovuto rivedere completamente la disposizione del rack SolidSteel, ho dato priorità al finale che ho prontamente installato, con non poca fatica, al posto del Rotel RB-1582.
Preciso che nelle operazioni di unboxing del Vidar 2 l’impianto era in funzione così da avere modo di fare un “cambio al volo” e comparare i due finali sul breve periodo. Prima di installare lo Schiit al posto del giapponese ho fatto una mezz’ora di ascolti mirati con il Vidar 2 alimentato così da verificarne il corretto funzionamento a vuoto e fare in modo di preriscaldare un minimo le componenti interne e non metterlo alla prova da “freddo”.

Prima di parlare di come suona, però, penso sia opportuno descriverlo un po’:

Arrivando dal Rotel 1582 il Vidar è decisamente piccolo e leggero; pesa quasi la metà del giapponese, 10 kg contro 18 kg, ed è anche decisamente più basso, più corto e decisamente più stretto ma non per questo più maneggevole… La massa del Rotel è ben distribuita essendo il trasformatore praticamente centrale, lo Schiit invece ha il trafo, e quindi la gran parte del peso, nella parte frontale del dispositivo. Una volta sullo scaffale, però, si tratta di un non problema e, grazie anche alle dimensioni ridotte, la pulizia del mobile risulta più agevole.
Nota a margine ma non troppo: il Vidar 2 “deve” essere impugnato dalle alette di raffreddamento in quanto i dissipatori sono esposti e fungono da elemento portante per la struttura. Non sono taglienti ma nemmeno smussati per cui un po’ fastidiosi da maneggiare fino a che non si trova il corretto equilibrio di sollevamento (presa a circa 1/3 della profondità dal frontale).

A livello elettrico i due finali sono decisamente differenti ma non troppo: entrambi sono caratterizzati da uno stadio di potenza a transistor bipolari, o BJT, ed entrambi accettano ingressi SE per segnali stereo. Qui finiscono le similitudini…
L’americano eroga la metà della potenza del giapponese, 100 W contro 200 W, ha un damping factor dichiarato potenzialmente peggiore >100 contro 1000, ma monta un trasformatore più prestante, 600 VA contro i 500 VA del 1582, ha una banda passante ±3 dB decisamente migliore, 3 Hz÷500 kHz contro 15 Hz÷100 kHz, un SNR migliore, 123 dB contro 116 dB e, soprattutto, una distorsione armonica totale migliore di un ordine di grandezza, 0,004% (poco meno di 90 dB) contro 0,03% (circa 70,5 dB).

Aggiungo, infine, che Vidar 2, acquistato in livrea nera, costa meno di € 1000,00 – non sono previsti sconti dal listino – ovvero circa il 30/40% del mio Rotel da nuovo…

Voi, però, vorrete sapere come suona…

E dovrete aspettare il prossimo articolo.