Schiit Kraken – Il mio pensiero dopo qualche mese di utilizzo

Per chi non lo sapesse il “piccolo” Schiit Kraken è un finale multicanale, cinque canali per l’esattezza, che racchiude in sé buona parte del know-how e del pedigree del resto dei finali del marchio americano:
– stadi di guadagno e potenza completamente a discreti, con transistor BJT come dispositivi attivi, e con feedback in corrente
– circuito completamente accoppiato in continua senza alcun condensatore sul percorso di segnale – per tutti e cinque i canali
– sistema di monitoraggio continuo delle condizioni statiche/dinamiche, indipendenti per ogni canale, basato su microprocessore PIC a 32 bit
– e altro ancora che sicuramente ho dimenticato…

Per riassumere: si tratta di un finale multicanale in grado di erogare “soli” 20 W per canale su 8 ohm con tutti e cinque i canali in funzione; con due canali continuativamente in funzione la potenza erogata sale a 30 W ma… un singolo canale dovrebbe essere in grado di erogare 40/60 W con picchi di corrente di, circa, 100 A (ovvero potenza istantanea quasi infinta in termini di utilizzo reale).
So che sembrano pochi watt, e lo sono per gli standard moderni, ma è anche vero che difficilmente durante la visione di un film (o di un concerto) si hanno tutti i canali in funzione, a livelli di riferimento, nello stesso momento. Di fatto, in uso, ci ho sostituito un Rotel RB-993 e il Vidar senza alcun problema. L’unica, vera, differenza, è che il volume impostato sul sintoamplificatore, che io uso come preamplificatore puro (grazie Marantz), deve stare a livelli decisamente più alti dato il basso valore di guadagno offerto (20 dB dichiarati).

Ci sono frangenti in cui vorrei avere più potenza? Si: sul sub! Il “piccolo” Rel T-5 fa più fatica a lavorare in sinergia con Kraken che con i due finali che lo hanno preceduto… Nelle scene “esplosive” sembra sempre arrivare un po’ più lungo del dovuto e col fiato corto; prima, probabilmente, il Rotel creava qualche coda che mascherava la cosa. Credo…

Sta di fatto che Kraken, da solo, si è sempre dimostrato più che sufficiente per i miei scopi, nel mio ambiente e con i miei diffusori. Con Forkbeard, inoltre, non ho mai visto l’ampli uscire dalla polarizzazione in classe A…
Potrei ottenere di più dall’impianto? Probabilmente si: inserendo Vidar 2 per i due canali frontali e lasciare a Kraken il compito di gestire centrale, surround e i due Atmos. Di fatto lo farei lavorare quasi esclusivamente su singolo canale tranne che nelle scene esplosive…

Proverò e, nel caso, “libererò” Gjallarhorn dal suo attuale utilizzo come ampli Atmos.

Resta il fatto che, cari miei, bisognerebbe iniziare a smettere di inseguire solo i watt a tutti i costi e in tutti gli impianti.

Errata corrige: Audirvana 3.5.50 è ancora tra noi

Ebbene si. A causa di Apple e della pessima implementazione della gestione dei bitrate su macOS non posso abbandonare un software esterno per la gestione della mia libreria musicale su NAS (ovvero le copie “liquide” dei miei CD/DVD audio).

L’importazione/integrazione dei file in formato ALAC è, ovviamente, fattibile senza alcun problema; il problema, vero, è che Lossless Switcher non funziona se non con i brani provenienti dalla piattaforma Apple Music (ipotizzo le API alla base del software facciano riferimento a dei dati/metadati integrati non “pubblici” per la gestione dei bitrate).
In sostanza: per avere un flusso bit-perfect, e quindi alla risoluzione del file in riproduzione, dovrei andare ad agire manualmente, OGNI VOLTA, sul controller MIDI del sistema. Un NO-GO definitivo per il sottoscritto.

Audirvana 3.5.50, in compenso, funziona perfettamente ed in modo nativo su Apple Silicon per cui: EVVIA AUDIRVANA!!!

More on that later.

Rumore, distorsione e tutte queste strane variabili introdotte dal sistema… E nessuno che cerca di fare ordine (a quanto mi risulta) ma con una “piccola” eccezione

Ogni tanto, abbastanza spesso in realtà, quando arrivo alla sezione “Misure” delle recensioni di Stereophile.com/leggo quelle su Audio Science Review mi soffermo sui grafici dell’andamento THD+N e cerco di immaginare l’interazione tra le varie elettroniche in condizioni di reale utilizzo.

Spesso, soprattutto quando su ASR, resto anche abbastanza basito da alcuni commenti che inneggiano alla presunta superiorità “per forza di cose” di alcuni prodotti rispetto ad altri ritenuti più blasonati e, di conseguenza, più inflazionati e/o dal prezzo spropositato… Cosa che, in alcuni casi, è vera e condivisibile eh.
Ma non in tutti.

Resta il fatto che, spesso e volentieri, ci si trova a paragonare mele con pere senza nemmeno capirne il motivo: si ragiona quasi sempre sulla migliore condizione possibile che è, però, una condizione difficilmente sfruttabile durante l’ascolto (segnale al suo massimo in uscita dalla sorgente, volume al massimo sul pre e conseguente massima potenza in erogazione dal finale).

Voi vi chiederete: ma questo non ha niente di meglio a cui pensare? Beh, si in reltà, ma l’essere passato dalla parte del “Less is More” in termini di potenza erogabile dal sistema mi ha portato a ragionare sulle interazione tra i vari componenti in termini di guadagno totale e utilizzo effettivo.
Banalmente: a parità di volume su Kara ottengo una differenza di circa 3 dBA passando da Aegir 2 a Vidar 2 – la potenza sonora erogata dal sistema raddoppia.
Per pareggiare il volume percepito devo, necessariamente, agire sulla regolazione di volume, alzando o abbassando, e la cosa comporta una modifica delle componenti THD+N introdotte da Kara (di fatto impercettibili ma presenti).

Se, però, al posto di Aegir 2 inserisco Gjallarhorn nel sistema (cosa che ho fatto in più occasioni) la differenza totale diventa di 6 dB: quattro volte la potenza erogata.
Ecco, vi posso assicurare che, a parità di volume finale le differenze in termini di qualità di riproduzione ci sono e, stando alle curve di risposta in potenza pubblicate da Schiit, credo dipendando da Kara e dal fatto che si trova a lavorare in condizioni più favorevoli in termini di rumore… Lo scotto? La riserva dinamica del sistema è davvero, ma davvero, poca e quindi poco fruibile per ascolti “divertenti”.

Oppure, altro esempio al limite, nel secondo impianto utilizzo un pre passivo (ho provato anche ad inserire un pre attivo – di pari categoria – senza ottenere vantaggi significativi) abbinato ad un finale da 2 W dopo aver provato ad inserire lo ZA3 di Fosi… ZA3 che lavorava, sempre e comunque, con potenziometro del volume a nemmeno un quarto della corsa.
Devo aggiungere che, a parità di volume e condizioni di ascolto, così come in studio, ho sempre preferito Rekkr ai classe D. Alla fine in sala da pranzo devo creare un sottofondo musicale; ma anche per ascolti critici temo opterei per il piccolo americano…

Insomma: tutti parlano di interazione tra le componenti quasi esclusivamente in termini di impedenze, capacità di pilotaggio (e si torna alle impedenze ma sotto forma di “fattore di smorazamento”), erogazione di corrente e simili. Io, oltre a tutto questo, vi invito a valutare anche le interazioni tra le caratteristiche THD+N delle varie componenti attive.
Avere un finale in classe D potentissimo, ma rumoroso in regime di potenza utile, potrebbe essere peggio di un buon finale in classe AB correttamente dimensionato per il vostro utilizzo…