Fosi Audio V3 Mono

Ora che mi appresto a scrivere la recensione dei finali Fosi Audio V3 Mono, ora che li ho già venduti, mi rendo conto di non avere nemmeno una foto decente degli stessi.
Ho solamente le foto stampate, in fretta e furia, per creare l’annuncio di vendita su Subito.it e mi farò andare bene quelle…anche perché, diciamolo, la rete è piena zeppa di foto dei dispositivi ripresi da qualsiasi angolazione possibile.

Premessa:

I tre V3 Mono che ho avuto in casa non mi sono stati dati da Fosi Audio ma sono stati “acquistati” finanziando la campagna Kickstarter degli stessi.
Nello specifico il contributo complessivo è stato di HK$ 2750,00 suddivisi in:
– HK$ 2600,00 “EARLY BIRD | V3 Mono*3 | 25% OFF:
3x V3 Mono
3x 48V/5A PSU
– HK$ 100,00 per la spedizione
– HK$ 50,00 come contributo volontario

Il tutto, al cambio attuale, si traduce in circa € 340,00 – Di fatto poco più del prezzo di listino di due V3 Mono su Amazon.it.

Perché faccio questa premessa? Semplicemente perchè ritengo opportuno specificare che ho acquistato i V3 Mono con l’intento di tenerli con me vita natural durante.
Così, come avete potuto leggere poco sopra, non è stato…

Ma ora: bando alle ciance. È ora della recensione.

Estetica ed ergonomia:

Il piccolo Fosi Audio V3 Mono rappresenta la perfetta evoluzione dei “fratelli” V3 e ZA3.

Il dispositivo è più compatto di entrambi i modelli citati; è una via di mezzo tra il V3 e il V1.0G a livello di dimensioni e si riesce a tenere tranquillamente nel palmo di una mano.

Il peso, di conseguenza, è circa la metà di quello del V3; questo è, a mio giudizio, il primo dei difetti di questo dispositivo: troppo leggero! OK che hanno ridotto all’osso le materie prime in ottiche di contenimento costi (credo) ma i miei cavi di potenza, che non sono propriamente “appesi” al finale, se non posizionati correttamente lo sbilanciavano sollevandone il frontale.
L’abbinamento a cavi massicci, perché “Hi-End”, potrebbe risultare più complicato del previsto qualora non ci sia modo di dare un piano d’appoggio decente alla “coda” di cavi sul retro dell’amplificatore…
Non si tratta di una pecca grave, lo so, ma vista la natura del prodotto e, soprattutto, per il posizionamento di mercato previsto…un po’ di ciccia in più avrebbe potuto portare a maggior stabilità in caso di installazioni “estreme”.

Passando al lato estetico credo che questo sia uno dei dispositivi più puliti che io abbia mai avuto tra le mani.
Il frontale è perfettamente simmetrico con due leve a bilancere ai lati: sulla SX un selettore a tre posizioni per accendere/spegnere il finale con la possibilità, tramite la posizione centrale “AUTO”, di impostare il V3 Mono per accendersi automaticamente appena viene rilevato un segnale in ingresso e spengersi dopo qualche minuto di inattività – 10 minuti dichiarati ma, nella realtà dei fatti, 12/15 minuti; sulla DX il selettore di ingresso RCA/XLR.

Ne parlerò, un po’ in dettaglio, nei due paragrafi seguenti.

Il selettore di sinistra – Evitate gli automatismi

Parto dal primo selettore che, probabilmente, verrà utilizzato e mi sento di sconsigliare, caldamente, l’utilizzo della modalità “AUTO”.
I motivi sono i seguenti:

  • L’accensione dell’amplificatore è “quasi” istantanea ma non proprio. Il circuito di analisi del segnale di ingresso intruduce un ritardo, minimo, sull’attivazione della routine di accensione; il tutto richiede un paio di secondi, niente di trascendentale, ma spesso mi sono ritrovato a dover riposizionare la testina del giradischi ad inizio traccia piuttosto che ha far ripartire il CD/brano per poterlo ascoltare nella sua interezza. Dettagli, di sicuro, ma dopo un paio di giorni ho iniziato a preferire la gestione manuale di accensioni/spegimenti
  • La modalità “AUTO” ha un consumo non indifferente al netto dell’efficienza di funzionamento dei V3 Mono. In pratica due finali, impostati in tale modalità di accensione/spegnimento, hanno un consumo continuo di circa 10 W l’uno. Non moltissimi, vero, ma comunque elevato se si considera che il consumo in idle, ma anche ad ascolti medio/bassi, si attesta su circa 25 W l’uno.
  • Gli alimentatori, in modalità AUTO, tendono a scaldare più di quanto si possa pensare. Anche qui, niente di allarmante, ma una cosa da tenere comunque in considerazione.

Il selettore di sinistra – Selezionando l’ingresso XLR passa, a volte, anche il segnale RCA

Si tratta di un comportmento strano che ho riscontrato nel passaggio da impianto stereo, in cui i V3 Mono erano collegati tramite cavo XLR alle uscite di Kara, all’impianto HT in cui il processore ha solo uscite RCA.
Al primo giro di YPAO tutto ha funzionato, circa, come previsto nonostante due canali L/R avessero gain decisamente inferiore rispetto agli altri (circa 15/16 dB). Ho poi notato che i selettori di ingresso erano rimasti in RCA e che i due V3 Mono si fossero attivati in automatico* nonostante il collegamento “errato” rispetto a quanto impostato.
Non succedeva sempre ma è capitato almeno 3/4 volte (ho fatto un bel po’ di prove per cercare di trovare la quadra).

* Le amplificazioni dell’impianto HT era gestito tramite multipresa con interruttore che accendevo solo alla bisogna. Il problema, ora, non si pone più – Ma ne parleremo a tempo debito. Ora rimaniamo sul Fosi V3 Mono.

Il retro è il lato meno riuscito in termini di ergonomia generale, inutile girarci troppo attorno…

Da SX a DX: Ingresso RCA sovrastato dal selettore di gain, ingresso bilanciato bivalente XLR/TRS, morsetti di uscita e ingresso alimentatore.

Tutto ordinato eh, nulla da eccepire, ma considerando le dimensioni del pannello posteriore gli spazi sono poco gestibili nel caso in cui si decida di utilizzare entrambi gli ingressi e, malauguratamente, si riveli necessario scollegare i diffusori piuttosto che il solo cavo bilanciato…
Peggio ancora se i cavi diffusori sono terminati a forcella o con cavo spellato!

Gli spazi sono quelli che sono, però, e quindi le scelte sono state in qualche modo obbligate; lo capisco. Se, però, avessi potuto avere parte attiva nel design del retro avrei previsto unicamente ingresso XLR e fornito adattatore XLR/RCA per l’utilizzo con preamplificatori non bilanciati e avrei, soprattutto, utilizzato connettori di uscita di dimensioni “standard”, o almeno analoghe a quelli montati sul LC30, per permettere l’utilizzo di cavi/connettori a forcella “cicciotti” senza troppi problemi.

I lati, che non ho ritratto, sono analoghi a quelli del Fosi Audio ZA3 e caratterizzati da feritoie per l’aerazione e dissipazione passiva del calore. Belle e funzionali ma, vedremo, forse un po’ limitate a livello dimensionale. Mi sono chiesto, più volte, nel corso della recensione se farne meno ma di diametro maggiore avrebbe avuto un migliore effetto sulla gestione del calore…

La realtà dei fatti è, però, che dispositivi così piccoli si sposano male con ingressi multipli e connettori di uscita multiformato. La scelta di Schiit, con Rekkr, è stata drastica ma vincente: l’ unico modo per collegare i diffusori è tramite connettori banana; in questo modo a cavi di potenza scollegati (e le operazioni collegamento/scollegamento delle banane sono decisamente più pratiche del cavo spellato/forcella) la gestione dei connettori di ingresso è molto più semplice ed immediata.
Si tratta, però, di una scelta drastica e poco appetibile dal grande pubblico, lo so.
Può essere, però, che sono strano io.

Prima accensione – E primo ascolto:

Il primo giro di ascolti è stato fatto soppiantando direttamente Vidar a valle di Kara: ingressi RCA, con gain impostato di fabbrica a 31 dB, e collegamento diretto alle SP2/3R2.
Appena accesi non mi sono piaciuti granché. Classico suono da classe D perfettamente in linea con V3 e ZA3; la scena, inoltre, mi sembrava piccola e congestionata. Tutto l’impianto era, però, davvero freddo (tutto quanto spento da qualche giorno – se so di non poter ascoltare per più di due giorni consecutivi ho imparato a spegnere tutto quanto direttamente dall’interrutore della multipresa) e ho deciso di lasciar suonare il tutto per un paio di orette, a volumi minimi, così da mandare a regime le elettroniche e passare in un secondo momento agli ascolti. Utilizzavo Yggdrasil per convertire l’uscita del Sonos Connect; il DAC in questione ha bisogno di un minimo di riscaldamento per potersi esprimere a modo.

Passato il paio d’ore, qualcosa in più di tre ore in realtà, sono tornato in poltrona e le cose erano sì migliorate ma, comunque, nulla che facesse gridare al miracolo… Sembrava di ascoltare un V3, l’integrato, con un po’ più di “aria” e definizione ma, ancora, non notavo nessun miglioramento rispetto ai fratellini.
Ho, poi, realizzato che in qualche recensione veniva enfatizzato l’utilizzo degli ingressi differenziali per poter far lavorare al suo meglio i due finali. L’implementazione del TPA3255 è di tipo nativo, ingresso bilanciato differenziale ed uscita differenziale, per cui stavo passando per un circuito di conversione a operazionali che gestiva la transizione da SE… Memore dell’esperienza avuta con lo ZA3 ho ordinato due cavi XLR, a caso, su Amazon ed ho atteso il giorno successivo per la consegna.

Seconda accensione – e ascolti successivi:

Ricevuto il cavo, questo, ho preferito fare qualche ascolto con collegamento SE per avere una “base” mnemonica sul suono dei V3 Mono in questa configurazione (ricordo che la nostra memoria uditiva può essere inattendibile già a breve termine, figurarsi dopo un giorno).
Dopo un paio di dischi, ovvero meno di due ore di ascolti, mi sono attivato per la sostituzione dei cavi ed ho scoperto una cosa non da poco: i V3 mono scaldano. Eccome se scaldano!!!
Non diventano ustionanti eh, niente di allarmante da questo punto di vista, ma raggiungono tranquillamente i 40/45 °C in ambiente non climatizzato a 20/22 °C dopo qualche ora di ascolti a volumi normali.
Ripeto, non è tantissimo, ma io li avevo posizionati affiancati tra loro con 10 cm di distanza e nulla ai lati esterni/sopra. Montarli impilati potrebbe essere un po’ un azzardo (temo). Ecco spiegato perché ipotizzo che dei fori di areazione laterali più generosi potrebbero aiutare nella dispersione del calore; calore che, va detto, parte dal centro della faccia inferiore dell’involcro che è termicamente accoppiato all’integrato di potenza.

Il passaggio all’ingresso XLR è stato, va detto, un salto in avanti davvero notevole.
Notevole al punto che li sentivo migliori di qualsiasi finale passato tra le mie mani; migliori anche di Vidar 2.
C’era aria, c’era definizione, c’era una gamma media “viva”, c’era una gamma alta coerente… mancava un po’ di basso ma è stato sufficiente accendere il T5 ed aumentare il volme di uno scatto per rimettere tutto a posto.
Per un paio di settimane ho ascoltato solo con i V3 Mono, avevo anche rimesso Vidar nella sua scatola convinto di rivenderlo e rientrare della spesa per l’acquisto dei tre Fosi Audio.

Mi ero anche fatto il film mentale del cablaggio bilanciato dal pre alla panca TV e il collegamento in RCA dal sinto con l’intento di ridurre la dispersione sui cavi di potenza – la dorsale di segnale c’è già, si trattava solo di acquistare cavi, decenti, della giusta lunghezza per effettuare i collegamenti patch quando, purtroppo o per fortuna, mi sono stati consegnati lo ZA3 e l’LC30…
Quale miglior occasione di provare lo switch ampli/altoparlanti se non per fare un confronto al volo con Vidar 2?

Al Fosi Audio LC30 dedicherò, a breve, un articolo dedicato perché si tratta di un prodotto decisamente interessante e, temo, poco apprezzato/compreso.

Ad ogni modo, tornando al confronto tra Vidar e V3 Mono: il confronto è stato effettuato, prima, con il V3 collegato in bilanciato per fare un confronto al meglio delle possibilità.
Devo precisare che il cinese, così configurato, ha un guadagno leggermente inferiore di quello di Vidar per cui dovevo aumentare il volume, su Kara, di 3/4 passi per pareggiare i conti.

Cosa dire? Ad un ascolto non attento e/o con brani con dinamica compressa (commerciali e non) le differenze erano quasi impercettibili. I Fosi V3 Mono si sono confermati, nel mio impianto e per programmi musicali “da radio”, del tutto adeguati e in linea con le aspettative.
Un ascolto più critico, e con brani meglio incisi, l’americano era in grado di prendere il sopravvento in termini di risoluzione reale percepita, dettaglio, spinta in basso e definizione della scena/estensione della stessa.
Si parla di sfumature eh, niente di trascendentale e, ribadisco, cose percebili solamente a seguito di ascolti mirati, con programma musicale selezionato e con cognizione di causa circa l’ampli che stava realmente suonando. Tentare di fare un test in cieco sarebbe stato inutile per via della differenza di guadagno tra i dispositivi.

Ho ascoltato a lungo le due amplificazioni, in modo più imparziale possibile, e con i generi più disparati nonché da tutte le sorgenti in mio possesso. Vidar 2 mi ha sempre regalato esperienze migliori sui brani aventi produzione più curata ma per il resto i Fosi erano praticamente alla pari.
Forse un filo più cupi e chiusi in alto, come se il PFFB strozzasse la gamma alta/altissima rispetto, e con meno “nero infrastrumentale”. Il disco che rendeva davvero evidente la differenza di pasta tra i cinesi e l’americano era, neanche a dirlo, Strings of Steel di Hdges. Il risuonare di manico e cassa armonica quando colpiti in modo percussorio non erano per niente realistici tramite i Fosi Audio V3 Mono, si sentiva il colpo sulla cassa ma non il riverbero sulle corde; Vidar 2 , invece, rendeva appieno l’effetto dell’intero strumento colpito e vibrante.
Se avete ascoltato il disco, o conoscete l’artista e lo strumento, credo possiate capire cosa intendo.

Ho provato, per sfizio, a collegare anche i Fosi tramite ingresso RCA e niente… Vidar 2 prendeva il volo rispetto al cinese. Senza troppi giri di parole.

Nota a margine: i due Fosi Audio, di listino, vengono a circa 1/3 dello Schiit, lo so. Ma si tratta, pur sempre, della mia amplificazione di riferimento.
O meglio: si trattava…

Terza accensione – ok l’HT ma non proprio effetto cinema:

L’ultimo test, che poi è stato il penultimo ma vabbé, ha visto il terzetto collegato ai diffusori frontali dell’impianto HT.
Vidar 2 era tornato in pianta stabile al suo posto a valle delle elettroniche dello stereo, il Fosi Audio LC30 ha preso posto nella panca TV per fare da selettore di amplificazione per le due casse frontali, e i V3 Mono sono stati installati al posto del Rotel RB-993 che aveva iniziato a fare un po’ di bizze (ho poi scoperto dipendenti da polvere accumulata al suo interno).
Mi sono detto: se in stereo erano al pari di Vidar per alcuni aspetti… In HT saranno perfettamente utilizzabili senza problemi.
Ecco: si e no.

Si perché, comunque, la riproduzione audio è il loro pane e quindi per suonare suonavano bene.

No perché, purtroppo, nelle scene d’azione con esplosione e/o panning veloci peccavano di spinta e velocità di reazione. Non saprei come definirla meglio ma, ad esempio, l’attacco al convoglio che attraversa il deserto irakeno con Stark nell’Hummer, all’inizio di Iron Man, suona tutta uguale: colpi di mitra, esplosioni a campo largo ed esplosione “finale”, quella che scaraventa a terra Stark, sembrano avere tutte la stessa identica pressione sonora.
Col Rotel, così come con il nuovo finale 5 canali che eroga un terzo dei watt dei Fosi, ogni tipo di detonazione aveva una sua dimanica ed un suo impatto ben differente e decisamente più coinvolgente.

Per cui, purtroppo, i Fosi Audio V3 Mono non sono più con me…

Suonano bene. In relazione al loro prezzo, sul nuovo, sono forse i migliori finali mono presenti sul mercato ma… Cercando sull’usato, magari aspettando un po’ ed aumentando il budget disponibile, la situazione in due canali diventa un po’ meno favorevole.
Certo è che, se avete poco spazio, necessità effettiva di 100 W per canale le scelte sono davvero pochissime (ammesso che ce ne siano di appetibili e pronte all’uso).

Li consiglierei? Basandomi solo su specifiche e dati oggettivi, probabilmente si. Dopo averci giocato per qualche mese in casa mia e con diverse destinazioni d’uso… Chiederei prima lumi sugli abbinamenti che si hanno in mente di creare e sulla musica ascoltata.

Schiit Kara: la recensione – Finalmente!

Ebbene si: è arrivato finalmente il momento di scrivere due righe sul piccolo prodigio che è Kara.

Badate bene: non credo di esagerare nel definire questo preamplificatore un “piccolo prodigio”.
È oggettivamente il preamplificatore linea, bilanciato e multi ingresso/uscita, più piccolo che io abbia mai visto ed è caratterizzato, come se non bastasse, da prestazioni decisamente eccezionali in relazione a due fattori su tutti: è un dispositivo completamente a discreti, costa decisamente meno della concorrenza di pari livello e, lasciatemelo dire, categoria.

Se avete letto i tre approfondimenti di preludio a questo articolo sapete già cosa mi ha spinto ad acquistare il preamplificatore di Schiit Audio a sostituto del precedente Rotel RC-1570 modificato Aurion. Qualora non l’abbiate fatto vi lascio qui di seguito i link:

Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 1
Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 2
Schiit Kara – Un approfondimento prima della recensione Pt. 3

Terminate le premesse passerei alla recensione vera e propria.

Primo contatto:

Come per Vidar 2 la prima cosa che salta all’occhio, praticamente ancora prima di aprire l’imballo, è che Kara è piccolo rispetto ai suoi concorrenti “standard”.
Più stretto, più corto e più basso del Rotel RC-1570 ha ingombri e proporzioni analoghe ad un lettore multiformato “da salotto”, tipo il Sony UBP-X800M2 (che è comunque leggermente più grande) per fare un esempio abbastanza noto, più che ad un preamplificatore linea “moderno”.

Di nuovo come per Vidar 2 la seconda cosa che si nota è la massa del prodotto unita alla solidità costruttiva che si avverte nell’estrarlo dalla scatola. L’impressione è paragonabile a quella che si ha quando si prende in mano un smartphone di alta gamma, in vetro e metallo, dopo aver maneggiato dispositivi con scocca in plastica: sembra di avere tra le mani un monoblocco; nessuna flessione e nessuna parte “cedevole” sotto le dita.
Kara pesa 5 kg, che non sono tantissimi in termini assoluti, ma sono decisamente tanti se si pensa che il Rotel, decisamente più grande, pesa “solamente” 2 kg in più.

A livello di design estetico si ha a che fare con un dispositivo pulitissmo e decisamente minimale.
Il frontale presenta, oltre al logo del marchio e al nome del prodotto sull’estremo SX, solamente elementi tondi disposti in modo asimmetrico ma armonico.
Nell’ordine da SX a DX troviamo:

  • Sensore IR
  • Uscita cuffia in formato TRS da 1/4 di pollice
  • Selettore degli ingressi – In ordine numerico 1÷5
  • LED identificativi dell’ingresso attivo
  • Manopola del volume
  • Selettore della modalità operativa
  • LED identificativi della modalità attiva
  • Pulsante di “muto” / override uscita cuffie
  • LED che segnala l’abilitazione dell’uscita cuffie
  • LET che segnala l’inibizione delle uscite preamplificate

Il retro è altrettanto lineare, da SX a DX abbiamo:

  • Ingressi – In ordine numerico 1÷5
    1÷2 sono ingressi XLR
    3÷5 sono ingressi RCA
  • Uscite
    1 uscita XLR
    2 uscite RCA
  • Interruttore di accensione a leva
  • Vaschetta per il cavo di alimentazione – Standard IEC C14

Una mezione particolare devo farla al telecomando, praticamente mai utilizzato, che ha una caratteristica che lo rende unico: è magnetico e si attacca alla scocca del preamplificatore così da essere sempre al suo posto una volta terminato l’uso.
Si tratta di un parallelepipedo di alluminio, semplicissimo, che riproduce i comandi fisici presenti sull’unità principale e permette anche una regolazione abbastanza fine del volume.

Di seguito due immagini di confronto con il Rotel:

Primo ascolto – Con Rotel RB-1582:

Prima di collegarlo all’impianto ho alimentato lo Schiit Kara per una mezz’oretta abbondante mentre ascoltavo l’accoppiata Rotel, avendolo ancora con me all’epoca ho rimesso nell’impianto il finale giapponese, in funzione così da avere in mente un termine di paragone a breve termine e verificare che non ci fossero problemi all’accensione.

All’accensione Kara esegue una rotine di self-check e verifica/aggiustamento dei valori di tensione continua in ingresso/uscita. Tale routine dura una quarantina di secondi, si è lunghetta e la prima volta temevo ci fosse qualche anomalia; durante le operazioni il LED che segnala la disabilitazione delle uscite lampeggia.

Passata mezz’oretta ho provveduto a fare spazio a Kara e inserirlo nell’impianto. Unica sorgente utilizzata per questa prima prova di ascolto: Denon DCD-A100.

La prima cosa che ho ascoltato? Il silenzio.

Non fraintendetemi: l’impianto suonava esattamente come prima a livello di messaggio musicale ma, a differenza del Rotel, con il preamplificatore Schiit i “contorni” degli strumenti erano più marcati. Il famoso nero infrastrumentale era più facilmente avvertibile sottoforma di aree di silenzio tra uno strumento e l’altro.
Per la prima volta, nel mio impianto e a parità di finale, sono stato in grado di sentire questa cosa. Mi era già capitato in passato, Fosi Audio V3 vi dice nulla?, ma mai con il Rotel RB-1582 a pilotare i diffusori. Ho sempre pensato che fosse un limite del finale e non del preamplificatore… Del resto avevo già avuto modo di sentire qualcosa di analogo collegando Vidar 2 al posto del giapponese.

Di nuovo: inserendo nella catena di preamplificazione/amplificazione un prodotto Schiit ho avuto la sensazione del parabrezza pulito di cui ho parlato nella recensione del finale.

Altre differenze con il Rotel RC-1570? Quasi nessuna oltre ad un leggero aumento di profondità della scena.
Signori il mio Rotel era, ed è tutt’ora nell’impianto di un altro appassionato, un preamplificatore che poco aveva dell’originale. Kara ha, però, portato pulizia all’immagine sonora e aumentato leggermente la qualità di riproduzione degli estremi di gamma bassa e alta. La gamma media ha acquisito solo un pizzico di naturalezza in più ma qui, lo ammetto, potrebbe essere solo soggezione.

Davvero: il vero salto in avanti è stata la pulizia della scena e la maggior definizione strumentale.

Schiit Kara + Schiit Vidar 2: la combo (quasi) perfetta

Sarò schietto: al momento di sostituire il finale RB-1582 con Vidar 2 non mi aspettavo grossi stravolgimenti dovuti alla sostituzione del preamplificatore. Anche qui, il finale è stato alimentato scollegato dall’impianto per portarlo a regime così da fare uno scambio “a caldo” e poter sfruttare la memoria a breve termine.

Le differenze, utilizzando Kara al posto del Rotel RC-1570 per pilotare il finale giapponese, seppure presenti, erano comunque minime per cui mi aspettavo di ritrovare sensazioni analoghe a quelle avute inserendo Vidar 2 nell’impianto a valle del preamplificatore del Sol Levante…

Mi sbagliavo.

Mi sbagliavo di molto!

La sinergia tra i due Schiit è stata, ed è tutt’ora, un fulmine a ciel sereno.

Tutto ha preso forma e fuoco in modo ancora più evidente e inaspettato.
Il palco virtuale si è allargato, e allungato, ben oltre i diffuori e ben oltre quanto ottenuto con il 1570.

Prendete quanto scritto sopra in riferimento a Kara e RB-1582, quanto scritto nella recensione di Vidar 2 in abbinamento a RC-1570 e unite tutte le migliorie introdotte dai due componenti.
Ecco: questo è il mio attuale sistema di amplificazione. Non serve riscrivere tutto quanto.

In conclusione:

Avete 250 € da investire nell’amplificazione per il vostro impianto? Fosi Audio V3 con alimentatore da 48 V. Senza dubbio alcuno.

Avete intenzione di sostituire il vostro attuale preamplificatore analogico? Considerate Kara.
Fatelo indipendentemente dal budget a disposizione e senza preconcetti.

Avete almeno 2k € da investire nell’amplificazione per il vostro impianto, diffusori non molto efficienti e un ambiente di ascolto abbastanza grande da necessitare dei 100 W su 8 ohm di Vidar (e vi può andare bene un finale in classe AB)?

Non cercate oltre. Fermatevi qui, collegate e ascoltate: Musica!

Avete qualcosa in più da investire o siete disposti a scendere a compromessi in termini di potenza/pressione sonora?
A breve potrei dare risposte anche a voi…

Postilla:

Utilizzo Kara esclusivamente in modalità attiva senza guadagno e quindi quanto sopra vale, di fatto, per questa configurazione. Il passaggio alla modalità High Gain non porta a differenze sonore e la reputo necessaria solo per sopperire ad effettive necessità di maggior guadagno nell’impianto.

La modalità passiva, nonostante sia teoricamente la più trasparente dal punto di vista sonico, risente in modo sensibile della capacità di pilotaggio della sorgente utilizzata: con il Rotel RH-Q10, nato e sviluppato proprio per lavorare con un pre passivo a valle, non ci sono problemi e si riesce a ascoltare a qualsiasi volume senza perdite di alcun tipo; con il Denon DCD-A100, invece, a bassi volumi si perdono molte delle informazioni presenti ma solo perché le uscite del lettore non sono dimensionate per reggere carichi eccessivamente bassi e, quindi, tendono a sedersi e ad appiattire un po’ la scena.
Il livello di rumore e distorsione in modalità attiva, anche a tutto volume, è talmente basso che comunque non si corre il rischio di degradare il segnale e perdere informazioni anche in modalità High Gain.

Detto ciò, però, devo ammettere che Kara ha anche un difetto. Difetto che non incide minimamente sulla qualità di riproduzione.

Non è “curato” nei dettagli ergonomici e la cosa è inizialmente spiazzante… Cosa intendo?

La selezione degli ingressi, così come delle modalità operative, è solamente ciclica. passare da ingresso 5 a ingresso 4, ad esempio, richiede di passare in rassegna, comunque, tutti gli altri ingressi.
Idem la selezione delle modalità operative.

Schiit Vidar 2: la recensione.

Si, lo so, stavate tutti aspettando la recensione di Kara ma preferisco partire dall’ultimo elemento della catena di amplificazione perché ritengo che sia lui l’anello debole di qualsiasi sistema.
Avere un preamplificatore in grado di raggiungere prestazioni strabilianti a monte di un finale mediocre non sempre è una buona idea… Per questo motivo ho installato prima il finale, e l’ho provato per bene, prima di passare ad installare il preamplificatore.

Spoiler: se è rimasto nell’impianto è perché, a conti fatti, lo reputo migliore del Rotel RB-1582 che ha sostituito.
Non in tutto, sia chiaro. Ma per tutti gli aspetti per me fondamentali.

Ma andiamo con ordine.

Primo contatto:

Venendo da un Rotel RB-1582, ovvero un dispositivo di formato “normale” per quanto riguarda i componenti dell’impianto, Vidar 2 si presenta decisamente più piccolo in tutti i sensi. È sia più compatto che più leggero: circa il 50% del giapponese per tutto.
Più compatto non significa, però, più pratico da maneggiare: il grosso della massa, infatti, è posto sul davanti – il trasformatore e dietro al tasto di accensione – per cui bisogna prestare un minimo di attenzione la prima volta che si solleva il “piccolo”; le alette di raffreddamento dei due dissipatori, portanti a livello di struttura e pienamente esposti, non sono smussate e il rischio di graffiarsi le dita è dietro l’angolo.

L’americano è caratterizzato da un aspetto sobrio, quasi anonimo; azzarederi più anonimo del già anonimo giapponese.

Il frontale è caratterizzato unicamente dal taglio del pannello di alluminio, piegato a dare vita al coperchio, dedicato al tasto di stand-by, ai due LED di stato e all’aerazione frontale. Qualora non lo sappiate: non esistono prodotti Schiit dotati di interruttore di alimentazione sul frontale*.

I lati, identici, sono di fatto costituiti dai dissipatori dei transistor di potenza che fungono, come anticipato sopra, da elemento portante per tutta la struttura. Si tratta di dissipatori in alluminio, verniciato nero, semplicissimi e senza fronzoli.
Questo è il primo elemento che fa capire la filosofia alla base di tutta la produzione Schiit: se non ha fini dal punto di vista prestazionale nulla viene fatto/modificato. Smussare i dissipatori, cosa possibile, avrebbe comportato un aumento di costo che, però, non avrebbe portato ad alcun beneficio pratico nell’uso del finale; ergo: non si fa e si contengono i costi.

Il lato posteriore dell’amplificatore è quello, forse, più interessante di tutti.
Qui sono presenti, come di consueto, tutte le connessioni di ingresso ed uscita; ovvero:

  • La vaschetta IEC, per il cavo di alimentazione, con interruttore integrato. Ebbene si: l’interruttore è sul retro e in posizione centrale per cui raggiungibile ma non proprio agevolmente.
  • I due connettori di ingresso RCA, dorati e di buona fattura, ben distanziati e distinguibili tra loro
  • I connettori per gli altoparlanti, del tutto identici a quelli presenti sul Rotel RB-1582. Non si tratta di connettori a marchio WBT ma si tratta, in ogni caso, di ottimi componenti in grado di accettare senza problemi: banane da 4 mm, cavi spellati di diametro importante 3÷4 mm senza grossi problemi, e connettori a forcella.
    La spaziatura, in caso di connessione stereofonica è perfetta e permette l’utilizzo di qualsiasi tipo di cavo esistente.
    I due connettori di massa sono, ovviamente, in comune.
  • Ultimo, ma non ultimo, un singolo connettore XLR che serve per utilizzare il finale in modalità a ponte, o “bridged”, per cui i due canali lavorano in controfase amplificando i due segnali caldo e freddo in arrivo indipendentemente e con riferimento a massa.
    Il diffusore andrà quindi collegato ai due poli positivi dei canali DX e SX facendo attenzione a collegare il + del diffusore al canale destro, che amplifica il segnale “caldo” in arrivo, e il – del diffusore al canale sinistro, che amplifica il segnale “freddo” in arrivo.
    In questo modo si ha un raddoppio della tensione erogabile dal finale e, di conseguenza, un aumento di 4 volte della potenza disponibile; il tutto, però, al costo di far vedere all’intero sistema un diffusore di impedenza pari alla metà di quella effettiva con più rischi di intervento dei circuiti di protezione. Motivo per cui Schiit consiglia l’utilizzo a ponte solo con diffusori aventi impedenza caratteristica, dichiarata, a 8 ohm.
    ATTENZIONE: il connettore XLR in oggetto può essere utilizzato solo in abbinamento a sorgenti/preamplificatori che forniscono un vero segnale differenziale altrimenti il rischio, vero, è quello di applicare un corto all’ingresso sinistro con potenziale rottura, o meglio “cottura”, del finale stesso.
    ATTENZIONE – e due: i connettori per diffusori, nell’utilizzo a ponte, sono abbastanza distanziati tra loro per cui non si possono usare cavi di connessione caratterizzati da terminazioni eccessivamente “corte”.

Il coperchio, che poi è la continuazione del frontale, è pulito e presenta il logo dell’azienda smaltato grigio lucido, a contrasto con la verniciatura a polvere nera opaca, e i fori di ventilazione laterali.
Da sopra dovrebbe essere praticamente indistinguibile dal “fratellino” Aegir.

Primo ascolto – Con Rotel RC-1570 “Aurion”:

Come anticipato qui all’arrivo del Vidar non l’ho inserito subito in impianto ma ho preferito toglierlo dall’imballo, lasciarlo acclimatare un’oretta in ambiente senza collegare alcunché – questa è una cosa che mi sento di consigliare SEMPRE e non solo nelle stagioni fredde: non c’è niente di più pericoloso di collegare all’alimentazione un dispositivo freddo e a rischio condensa.
L’ho, poi, alimentato ed acceso, senza collegare nulla agli ingressi/uscite, per verificare che non ci fossero problemi in accensione e l’ho lasciato attaccato una buona mezz’ora mentre ascoltavo musica con le amplificazioni Rotel.

A mezz’ora dall’accensione il Vidar 2 era tiepido al tatto ma assolutamente non caldo. Il Magni+ risulta decisamente più “caloroso” a parità di condizioni ambientali/tempo di accensione.

A questo punto ho sostituito “al volo” i due finali così da poter contare ancora un minimo sulla memoria uditiva e fare un primo confronto tra i due.
Premetto che le operazioni di sostituzione si sono rivelate leggermente più complicate del previsto per via, soprattutto, della diversa dispososizione dei connettori RCA tra i due finali per cui ho dovuto rimaneggiare un minimo anche il posizionamento del preamplificatore.

La prima cosa che ho notato, istantaneamente, è stata la maggior “velocità” del Vidar 2. Transienti e percussioni sembrano decisamente più dinamici che col giapponese; ho avuto più volte l’impressione che l’americano fosse in grado di erogare picchi di corrente con maggior facilità rispetto al Rotel. Ho tutt’ora la sensazione di avere tra le mani un amplificatore più dinamico e reattivo del precedente.
Questa reattività, però, non deve essere confusa con l’esuberanza tipica che si trova in alcune elettroniche particolarmente “agili e scattanti” che non sono capaci di starsene tranqulle quando richiesto. Vidar 2 sa essere anche pacato e sa restituire i passaggi più leggeri e delicati con disinvoltura e buona risoluzione complessiva.
Diciamo che dopo averlo sentito ho capito perché alcuni recensori lo associano ad amplificatori in classe D in termini di resa dinamica: è capace di passare da un fortissimo a un pianissimo senza scomporsi minimamente. E questo, devo ammetterlo, non è affatto poco per un finale di questo prezzo.
Il Rotel, da questo punto di vista, doveva essere portato a volumi decisamente più sostenuti per poter esprimere lo stesso tipo di contrasto dinamico.
Vidar 2: 1 – RB-1582: 0

Una cosa che, di primo acchito, mi ha lasciato stranito era l’esuberanza delle gamme medio-bassa/basa sul resto. L’ampli mi sembrava suonasse “gonfio” in basso.
Nulla di esorbitante, il tutto era comunque controllato in modo impeccabile. Semplicemente mi sembrava un po’ troppo ruffiano per i miei gusti…

Era, però, acceso da poco più di un’ora per cui ho concluso gli ascolti e ho lasciato lo stereo acceso al minimo così da fargli sciogliere un po’ le gambe ma anche per far riposare un po’ le orecchie.

Vidar 2 + Schiit Kara:

Il giorno dopo, finalmente, sono sceso in taverna consapevole di poter ascoltare l’americano al pieno delle sue capacità e con una buona dose di entusiasmo in virtù degli elogi presenti in rete.

Però… Il rigonfiamento in gamma bassa era ancora lì in tutto il suo “bum bum”.

Dalla gamma media in su stavo ascoltando le S2/3R2 come non avevano mai suonato nel mio impianto: gli strumenti acustici sembravano, e sembrano tutt’ora con Kara, come se fossero lì nascosti dentro le casse in tutta la loro matericità. Anche la scena si è allargata e estesa parecchio rispetto a quanto mi aveva abituato il Rotel RB-1582.
Le voci erano perfettamente analoghe a quelle sentite abbinando Spendor a Galactron: vive.
Peccato per quella sensazione di eccessivo carico in gamma bassa che non riuscivo a concepire come dipendente dal finale…

Ho poi avuto un’idea: e se fosse un problema di posizionamento di diffusori/punto di ascolto?

Il Vidar 2 suona meno “sterile” del RB-1582 ma non avevo ancora realizzato che la cosa potesse anche portare a differenze di interazione tra diffuosori e ambiente.
Il suono era più “gonfio” per un motivo ben preciso: l’americano è più corposo in basso e i diffusori interagivano di più con la parete di fondo per cui il basso/medio-basso tendevano a gonfiarsi.
Di fatto, senza volerlo, con il Rotel la cosa portava a “sistemare” la risposta in frequenza ma con lo Schiit si scombinava tutto quanto…

La soluzione? Ho portato avanti di 5 cm i diffusori (si, solo 5 cm) e arretrato di conseguenza la poltrona.

Il risultato: la pace dei sensi, punto.

Avere Vidar 2 a valle delle elettroniche mi ha portato a pormi davvero tante domande sul senso di acquistare altre amplificazioni in classe AB… Al netto della potenziale necessità di una maggiore potenza disponibile: questo è il vero e unico limite che sono in grado di trovare sullo Schiit.

Jazz? Tutto perfetto.

Rock, anche pesante? Tutto perfetto.

Classica? Tutto perfetto.

Tutto perfetto al netto delle caratteristiche intrinseche di un’amplificazione in classe AB. Un’ottima amplificazione in classe AB che ha quasi, come accennato, della classe D in termini di escursione dinamica.
A Vidar 2 manca una sola cosa: la naturalezza e rilassatezza che solo un amplificatore in classe A può restituire.
Se vi capitasse l’occasione di ascoltare un Luxman LX-590, anche prima serie, o un Galactron MK2225 sapreste cosa intendo: sono caratterizzati dalla capacità di essere pienamente espressivi a tutti i volumi di ascolto senza fare null’altro che aumentare la corrente erogata verso i diffusori. Con un classe AB, invece, arriva il punto in cui l’ampli inizia a “gridare” e scomporsi.
Preciso che, sia con il Rotel che con Vidar 2, questo punto si raggiunge a volumi talmente elevati da non essere un problema. L’americano, in realtà, è anche meglio del giapponese in questo nonostante la potenza dichiarata sia inferiore.

Credete stia esagerando? Potrebbe essere.

A conti fatti, però, il mio impianto non aveva MAI suonato così bene e in modo così omogeneo. Ho anche riprovato a mettere il Rotel RB-1582 al suo posto e… Niente. La magia spariva.
Il suono in basso si asciugava togliendo “vita” alla Musica; allo stesso tempo la scena perdeva di fuoco e profondità/larghezza.

Di fatto era come guidare un’auto con il parabrezza leggermente sporco/appannato in una giornata tersissima: c’è sempre quel leggero alone che offusca la visuale e toglie contrasto alla vista. Una volta pulito il parabrezza, ovvero inserito Vidar 2 nell’impianto, il tutto acquisiva una lucentezza e un dettaglio differenti.
Si parla di sfumature eh, non di differenze abissali (gamma bassa a parte) ma che minano alla capacità del sistema di riprodurre al meglio ciò che si sta ascoltando.

E tutto questo senza aver ancora inserito Kara nel sistema.

Ebbene si: Schiit Kara.
Il preamplificatore che ha stuzzicato il mio appetito e per cui, già che ero in ballo, mi ha fatto pensare di provare anche Vidar 2 e, al limite, renderlo senza finalizzare l’acquisto.

Ma ne parleremo nel prossimo articolo. La recensione di Kara.