Prima di mettermi a scrivere una recensione sul preamplificatore che, di diritto, è diventato il mio nuovo riferimento per la categoria ritengo possa essere opportuno parlarne un po’.
Credo possa essere utile perché sono arrivato a lui (lei?) e cosa c’era che non mi soddifaceva appieno nel Rotel RC-1570 modificato.
Spoiler: l’americano NON suona “meglio” del giapponese; suona, però, diverso. Suona più come piace a me e come speravo suonasse… Il Rotel è in vendita ma solo perché non sono un collezionista e perché, ammettiamolo, un po’ di soldi da reinvestire non fanno mai male.
Ma… Partiamo dal principio:
Il vero nocciolo della questione è che sono sempre stato affascinato dalle architetture circuitali bilanciate. Intrisecamente bilanciate.
Non tanto per la loro innata immunità ai disturbi di modo comune quanto per il fatto che, per natura operativa, lavorano a tensioni più alte e, di conseguenza, si comportano anche meglio in termini di disturbo e, tendenzialmente, immunità alla qualità dei cavi di segnale utilizzati.
Un’altra cosa che mi ha sempre incuriosito è il fatto che un circuito realmente bilanciato DEVE essere, di fatto, composto di due circuiti SE perfettamente allineati tra loro a livello di parametri elettrici e con uscita attiva completamente svincolata dalla massa – ergo meno problemi di loop e disturbi simili.
Di fatto ho sempre visto un impianto bilanciato come il vero impianto “plug and play” per definizione: lato utente poche preoccupazioni se non verificare che le polarità di connessione siano rispettate e non invertite (per maggiori dettagli al riguardo vi invito a leggere qui – il link rimanda a un lemma di Wikipedia in inglese).
Ho acquistato il Rotel RC-1570 perché offriva ingressi/uscite XLR e poteva essere un buon primo passo nella “creazione dell’impianto bilanciato”. Mi sbagliavo…
Avevo un Audiolab 8200CD, nativamente bilanciato, e con l’accoppiata Rotel dava il suo meglio in modalità SE.
Il sistema di “conversione” interno al RC-1570 era, di fatto e mio malgrado, l’anello debole della catena (ancora non sapevo che si trattava di un semplice sommatore differenziale basato su singolo Op-Amp – il tanto mistrattato NE5532 per dovere di cronaca). Dopo la modifica Aurion, comunque, il Rotel suonava decisamente meglio dell’Audiolab e quindi il problema non fu più un problema.
Poi Schiit ha annunciato Freya con modalità passiva, buffer attivo senza guadagno e, ciliegina sulla torta: modalità ad alto gain a valvole. Il tutto in un dispositivo nativamente bilanciato ed in grado di gestire conversione SE/XLR e viceversa senza problemi (in modalià attiva).
E la mia testa ha inizato a frullare la malsana idea di prenderne uno direttamente dall’America…
Ma c’erano dei “ma”:
- Le valvole non erano disinseribili; di fatto, anche nell’utilizzo in modalità passiva, i circuiti ad alto voltaggio erano sempre in funzione e le valvole sarebbero state perennemente accese (e calde). All’epoca l’impianto era alla portata di chiunque, bambini inclusi, e avere delle parti potenzialmene ustionanti a portata di mano non era una cosa che mi allettasse granché.
Per mia natura, oltretutto, le valvole e il loro “consumarsi” mi mettono ancora più ansia: ci sono già passato con l’amplificatore per la chitarra. Mi è bastato. - Tanti si lamentavano del fatto che in modalità attiva priva di gain il dispositivo fosse particolarmente rumoroso (vanificando tutte le mie elucubrazioni sulla circuiteria bilanciata)
- La regolazione del volume a step non sembrava essere di semplice utilizzo, di fatto troppo sensibile per cui le regolazioni di fino risultavano complicate
In sostanza: molta gola ma con sufficienti “ma” da farmi desistere dall’acquisto e il tutto è andato in stand-by per qualche tempo…
