Schiit Kraken – Il mio pensiero dopo qualche mese di utilizzo

Per chi non lo sapesse il “piccolo” Schiit Kraken è un finale multicanale, cinque canali per l’esattezza, che racchiude in sé buona parte del know-how e del pedigree del resto dei finali del marchio americano:
– stadi di guadagno e potenza completamente a discreti, con transistor BJT come dispositivi attivi, e con feedback in corrente
– circuito completamente accoppiato in continua senza alcun condensatore sul percorso di segnale – per tutti e cinque i canali
– sistema di monitoraggio continuo delle condizioni statiche/dinamiche, indipendenti per ogni canale, basato su microprocessore PIC a 32 bit
– e altro ancora che sicuramente ho dimenticato…

Per riassumere: si tratta di un finale multicanale in grado di erogare “soli” 20 W per canale su 8 ohm con tutti e cinque i canali in funzione; con due canali continuativamente in funzione la potenza erogata sale a 30 W ma… un singolo canale dovrebbe essere in grado di erogare 40/60 W con picchi di corrente di, circa, 100 A (ovvero potenza istantanea quasi infinta in termini di utilizzo reale).
So che sembrano pochi watt, e lo sono per gli standard moderni, ma è anche vero che difficilmente durante la visione di un film (o di un concerto) si hanno tutti i canali in funzione, a livelli di riferimento, nello stesso momento. Di fatto, in uso, ci ho sostituito un Rotel RB-993 e il Vidar senza alcun problema. L’unica, vera, differenza, è che il volume impostato sul sintoamplificatore, che io uso come preamplificatore puro (grazie Marantz), deve stare a livelli decisamente più alti dato il basso valore di guadagno offerto (20 dB dichiarati).

Ci sono frangenti in cui vorrei avere più potenza? Si: sul sub! Il “piccolo” Rel T-5 fa più fatica a lavorare in sinergia con Kraken che con i due finali che lo hanno preceduto… Nelle scene “esplosive” sembra sempre arrivare un po’ più lungo del dovuto e col fiato corto; prima, probabilmente, il Rotel creava qualche coda che mascherava la cosa. Credo…

Sta di fatto che Kraken, da solo, si è sempre dimostrato più che sufficiente per i miei scopi, nel mio ambiente e con i miei diffusori. Con Forkbeard, inoltre, non ho mai visto l’ampli uscire dalla polarizzazione in classe A…
Potrei ottenere di più dall’impianto? Probabilmente si: inserendo Vidar 2 per i due canali frontali e lasciare a Kraken il compito di gestire centrale, surround e i due Atmos. Di fatto lo farei lavorare quasi esclusivamente su singolo canale tranne che nelle scene esplosive…

Proverò e, nel caso, “libererò” Gjallarhorn dal suo attuale utilizzo come ampli Atmos.

Resta il fatto che, cari miei, bisognerebbe iniziare a smettere di inseguire solo i watt a tutti i costi e in tutti gli impianti.

Fosi Audio LC30

Ammetto che non so da dove iniziare questa recensione perché il Fosi Audio LC30 non è un’elettronica “normale” ma un dispositivo che unisce, in modo decisamente riuscito, l’utile al dilettevole.
Utile: perché avere la possibilità di commutare, comodamente seduti al punto d’ascolto, tra due sistemi di amplificazione e due sistemi di diffusione è davvero una cosa non da poco e che, molto probabilmente, da sola basterebbe a dare un senso al prodotto.
Dilettevole: perché i due VU meter integrati, su cui dovrò necessariamente fare un approfondimento, non hanno alcun valore dal punto di vista prettamente funzionale ma, innegabilmente, apportano un valore aggiunto non indifferente (al netto delle considerazioni che vedremo nell’approfondimento).

Non mi dilungherò sull’analisi estetica del Fosi Audio LC30 perché, di fatto, ne hanno già parlato tutti gli altri recensori in lungo e in largo.
Riporto, giusto per dovere di cronaca, quelle che sono le mie considerazioni pratiche sull’ergonomia del dispositivo; ma più per pignoleria che altro…

La critica più forte che mi sento di fare è una soltanto, e non so nemmeno se definirla critica è corretto: non è incluso, nella confezione, un alimentatore USB per poter utilizzare da subito il dispositivo nel caso, possibile, in cui non se ne abbia nemmeno uno “libero” in casa.
Dettaglio trascurabile, lo so, ma è davvero l’unica critica che sento di poter fare perché per il resto non ho trovato alcun problema di ergonima/utilizzo.
Qualcuno ha lamentato l’allineamento dei fori passanti dei connettori, di ingresso/uscita, poco pratico per un cablaggio ottimale. Personalmente utilizzo cavi terminati a banana per cui, per me, è un non problema.

Per il resto c’è poco da dire, ai fini di una vera e propria recensione…
La commutazione altoparlanti/amplificatori è gestita da relé di ottima fattura e le piste del PCB sono di dimensioni sufficientemente generose da non comportare alcun effetto negativo sul segnale audio che attraversa la circuitazione. Di fatto non ci sono componenti attivi sul percorso stesso e, una volta chiuso il relé, il collegamento ingrasso/uscita è praticamente diretto con una minima componente resistiva, si parla di milliohm, e una componente capacitiva misurata che, però, potrebbe essere legata più all’accoppiamento con il case metallico che non al “circuito” vero e proprio. Dovrei munirmi di ponte LCR per fare un’analisi dettagliata, le misure lo ho rilevate con un multimetro palmare, ma i cavi hanno sicuramente influenze maggiori; soprattutto dal punto di vista reattivo.

All’ascolto, in sostanza, non ho avverti nessuna differenza tra collegamento diretto ampli/diffusori e collegamento tramite commutatore. Le misure eseguite da Amir di ASR del resto confermano le mie impressioni.
Il Fosi Audio LC30, da spento, garantisce collegamento diretto tra Amplificatore B e sistema di diffusione 2. Il mio consiglio, che è poi ciò che io ho fatto, è quello di fare in modo che questa sia la configurazione “base” del vostro impianto; in questo modo non dovrete preoccuparvi di accendere o meno il dispositivo per poter ascoltare la vostra Musica preferita.
All’accensione, badate bene, il dispositivo torna alla condizione in cui era al momento dello spegnimento – Il mio consiglio è quello di rendere questa la condizione di utilizzo secondario: nel mio caso l’utilizzo dei diffusori con impianto HT.

Si ma, i VU Meter?

Ecco, qui sta il tasto dolente…
I VU meter funzionano, con segnali statici a 1 kHz, abbastanza bene; non hanno una risposta esattamente allineata tra SX e DX ma sono lineari nella risposta in ampiezza. Il problema vero è che la risposta in frequenza non è proprio da manuale, soprattutto per basse tensioni di ingresso e all’aumentare della frequenza…
I VU meter integrati, inoltre, hanno il punto di centro scala a circa 2 watt (che non sono pochi a livello di potenziale pressione sonora in ambiente) e di conseguenza poca “corsa utile” se tarati con riferimento ad impedenza a 8 ohm – Seriamente: difficilmente si superano i 2 Watt MEDI, per ascolti a volumi da condominio.
Quanto sopra, unito al fatto che esiste una manopola di regolazione di sensibilità ma priva di qualsiasi tipo di guida per l’impostazione, ha mandato in crisi praticamente tutti i recensori.
Io ho risolto abbastanza facilmente: munito di tester e segnale di test a 1 kHz ho regolato il volume dell’impianto per andare a misurare, ai morsetti dei diffuori, una tensione pari a 2,828 V (il classico riferimento a 1 W) e regolato, tramite la manopola sul frontale, per una lettura di 2 W. In sostanza ho fatto in modo che il sistema misuri la potenza erogata ma su carico di 4 ohm.
Ho un’indicazione di potenza reale per i miei diffuori a 8 ohm? No, sicuramente no. Ma ho comunque modo di capire quanta riserva di potenza ho ancora a disposizione quando decido di alzare il volume e/o quando sono alle prese con un film d’azione e ci sono esplosioni di vario genere e tipo.

Una piccola nota a margine sui VU meter:

Sono bufferizzati, a LC30 spento non si muovono di una virgola, e lavorano misurando la tensione di ingresso.
NON devono in alcun modo essere confusi con i VU meter che si trovano su dispositivi che misurano con segnali di linea (lettori/DAC/preamplificatori) né direttamente connessi a sorgenti audio (pre-phono). Se gli indici, una volta tarati come ho fatto io, lavorassero nell’intorno del punto 0 dB significherebbe che, nel mio caso, avrei una pressione sonora MEDIA di 101 dBA; se tarassi il sistema correttamente la pressione media salirebbe a 104 dBA. Di fatto si tratta del limite massimo previsto dalla legge italiana per i concerti pubblici. Il valore DI PICCO MASSIMO CONCESSO!
45 minuti di esposizione a fonti sonore di questo tipo causano danni permanenti all’udito.

Fosi Audio V3 Mono

Ora che mi appresto a scrivere la recensione dei finali Fosi Audio V3 Mono, ora che li ho già venduti, mi rendo conto di non avere nemmeno una foto decente degli stessi.
Ho solamente le foto stampate, in fretta e furia, per creare l’annuncio di vendita su Subito.it e mi farò andare bene quelle…anche perché, diciamolo, la rete è piena zeppa di foto dei dispositivi ripresi da qualsiasi angolazione possibile.

Premessa:

I tre V3 Mono che ho avuto in casa non mi sono stati dati da Fosi Audio ma sono stati “acquistati” finanziando la campagna Kickstarter degli stessi.
Nello specifico il contributo complessivo è stato di HK$ 2750,00 suddivisi in:
– HK$ 2600,00 “EARLY BIRD | V3 Mono*3 | 25% OFF:
3x V3 Mono
3x 48V/5A PSU
– HK$ 100,00 per la spedizione
– HK$ 50,00 come contributo volontario

Il tutto, al cambio attuale, si traduce in circa € 340,00 – Di fatto poco più del prezzo di listino di due V3 Mono su Amazon.it.

Perché faccio questa premessa? Semplicemente perchè ritengo opportuno specificare che ho acquistato i V3 Mono con l’intento di tenerli con me vita natural durante.
Così, come avete potuto leggere poco sopra, non è stato…

Ma ora: bando alle ciance. È ora della recensione.

Estetica ed ergonomia:

Il piccolo Fosi Audio V3 Mono rappresenta la perfetta evoluzione dei “fratelli” V3 e ZA3.

Il dispositivo è più compatto di entrambi i modelli citati; è una via di mezzo tra il V3 e il V1.0G a livello di dimensioni e si riesce a tenere tranquillamente nel palmo di una mano.

Il peso, di conseguenza, è circa la metà di quello del V3; questo è, a mio giudizio, il primo dei difetti di questo dispositivo: troppo leggero! OK che hanno ridotto all’osso le materie prime in ottiche di contenimento costi (credo) ma i miei cavi di potenza, che non sono propriamente “appesi” al finale, se non posizionati correttamente lo sbilanciavano sollevandone il frontale.
L’abbinamento a cavi massicci, perché “Hi-End”, potrebbe risultare più complicato del previsto qualora non ci sia modo di dare un piano d’appoggio decente alla “coda” di cavi sul retro dell’amplificatore…
Non si tratta di una pecca grave, lo so, ma vista la natura del prodotto e, soprattutto, per il posizionamento di mercato previsto…un po’ di ciccia in più avrebbe potuto portare a maggior stabilità in caso di installazioni “estreme”.

Passando al lato estetico credo che questo sia uno dei dispositivi più puliti che io abbia mai avuto tra le mani.
Il frontale è perfettamente simmetrico con due leve a bilancere ai lati: sulla SX un selettore a tre posizioni per accendere/spegnere il finale con la possibilità, tramite la posizione centrale “AUTO”, di impostare il V3 Mono per accendersi automaticamente appena viene rilevato un segnale in ingresso e spengersi dopo qualche minuto di inattività – 10 minuti dichiarati ma, nella realtà dei fatti, 12/15 minuti; sulla DX il selettore di ingresso RCA/XLR.

Ne parlerò, un po’ in dettaglio, nei due paragrafi seguenti.

Il selettore di sinistra – Evitate gli automatismi

Parto dal primo selettore che, probabilmente, verrà utilizzato e mi sento di sconsigliare, caldamente, l’utilizzo della modalità “AUTO”.
I motivi sono i seguenti:

  • L’accensione dell’amplificatore è “quasi” istantanea ma non proprio. Il circuito di analisi del segnale di ingresso intruduce un ritardo, minimo, sull’attivazione della routine di accensione; il tutto richiede un paio di secondi, niente di trascendentale, ma spesso mi sono ritrovato a dover riposizionare la testina del giradischi ad inizio traccia piuttosto che ha far ripartire il CD/brano per poterlo ascoltare nella sua interezza. Dettagli, di sicuro, ma dopo un paio di giorni ho iniziato a preferire la gestione manuale di accensioni/spegimenti
  • La modalità “AUTO” ha un consumo non indifferente al netto dell’efficienza di funzionamento dei V3 Mono. In pratica due finali, impostati in tale modalità di accensione/spegnimento, hanno un consumo continuo di circa 10 W l’uno. Non moltissimi, vero, ma comunque elevato se si considera che il consumo in idle, ma anche ad ascolti medio/bassi, si attesta su circa 25 W l’uno.
  • Gli alimentatori, in modalità AUTO, tendono a scaldare più di quanto si possa pensare. Anche qui, niente di allarmante, ma una cosa da tenere comunque in considerazione.

Il selettore di sinistra – Selezionando l’ingresso XLR passa, a volte, anche il segnale RCA

Si tratta di un comportmento strano che ho riscontrato nel passaggio da impianto stereo, in cui i V3 Mono erano collegati tramite cavo XLR alle uscite di Kara, all’impianto HT in cui il processore ha solo uscite RCA.
Al primo giro di YPAO tutto ha funzionato, circa, come previsto nonostante due canali L/R avessero gain decisamente inferiore rispetto agli altri (circa 15/16 dB). Ho poi notato che i selettori di ingresso erano rimasti in RCA e che i due V3 Mono si fossero attivati in automatico* nonostante il collegamento “errato” rispetto a quanto impostato.
Non succedeva sempre ma è capitato almeno 3/4 volte (ho fatto un bel po’ di prove per cercare di trovare la quadra).

* Le amplificazioni dell’impianto HT era gestito tramite multipresa con interruttore che accendevo solo alla bisogna. Il problema, ora, non si pone più – Ma ne parleremo a tempo debito. Ora rimaniamo sul Fosi V3 Mono.

Il retro è il lato meno riuscito in termini di ergonomia generale, inutile girarci troppo attorno…

Da SX a DX: Ingresso RCA sovrastato dal selettore di gain, ingresso bilanciato bivalente XLR/TRS, morsetti di uscita e ingresso alimentatore.

Tutto ordinato eh, nulla da eccepire, ma considerando le dimensioni del pannello posteriore gli spazi sono poco gestibili nel caso in cui si decida di utilizzare entrambi gli ingressi e, malauguratamente, si riveli necessario scollegare i diffusori piuttosto che il solo cavo bilanciato…
Peggio ancora se i cavi diffusori sono terminati a forcella o con cavo spellato!

Gli spazi sono quelli che sono, però, e quindi le scelte sono state in qualche modo obbligate; lo capisco. Se, però, avessi potuto avere parte attiva nel design del retro avrei previsto unicamente ingresso XLR e fornito adattatore XLR/RCA per l’utilizzo con preamplificatori non bilanciati e avrei, soprattutto, utilizzato connettori di uscita di dimensioni “standard”, o almeno analoghe a quelli montati sul LC30, per permettere l’utilizzo di cavi/connettori a forcella “cicciotti” senza troppi problemi.

I lati, che non ho ritratto, sono analoghi a quelli del Fosi Audio ZA3 e caratterizzati da feritoie per l’aerazione e dissipazione passiva del calore. Belle e funzionali ma, vedremo, forse un po’ limitate a livello dimensionale. Mi sono chiesto, più volte, nel corso della recensione se farne meno ma di diametro maggiore avrebbe avuto un migliore effetto sulla gestione del calore…

La realtà dei fatti è, però, che dispositivi così piccoli si sposano male con ingressi multipli e connettori di uscita multiformato. La scelta di Schiit, con Rekkr, è stata drastica ma vincente: l’ unico modo per collegare i diffusori è tramite connettori banana; in questo modo a cavi di potenza scollegati (e le operazioni collegamento/scollegamento delle banane sono decisamente più pratiche del cavo spellato/forcella) la gestione dei connettori di ingresso è molto più semplice ed immediata.
Si tratta, però, di una scelta drastica e poco appetibile dal grande pubblico, lo so.
Può essere, però, che sono strano io.

Prima accensione – E primo ascolto:

Il primo giro di ascolti è stato fatto soppiantando direttamente Vidar a valle di Kara: ingressi RCA, con gain impostato di fabbrica a 31 dB, e collegamento diretto alle SP2/3R2.
Appena accesi non mi sono piaciuti granché. Classico suono da classe D perfettamente in linea con V3 e ZA3; la scena, inoltre, mi sembrava piccola e congestionata. Tutto l’impianto era, però, davvero freddo (tutto quanto spento da qualche giorno – se so di non poter ascoltare per più di due giorni consecutivi ho imparato a spegnere tutto quanto direttamente dall’interrutore della multipresa) e ho deciso di lasciar suonare il tutto per un paio di orette, a volumi minimi, così da mandare a regime le elettroniche e passare in un secondo momento agli ascolti. Utilizzavo Yggdrasil per convertire l’uscita del Sonos Connect; il DAC in questione ha bisogno di un minimo di riscaldamento per potersi esprimere a modo.

Passato il paio d’ore, qualcosa in più di tre ore in realtà, sono tornato in poltrona e le cose erano sì migliorate ma, comunque, nulla che facesse gridare al miracolo… Sembrava di ascoltare un V3, l’integrato, con un po’ più di “aria” e definizione ma, ancora, non notavo nessun miglioramento rispetto ai fratellini.
Ho, poi, realizzato che in qualche recensione veniva enfatizzato l’utilizzo degli ingressi differenziali per poter far lavorare al suo meglio i due finali. L’implementazione del TPA3255 è di tipo nativo, ingresso bilanciato differenziale ed uscita differenziale, per cui stavo passando per un circuito di conversione a operazionali che gestiva la transizione da SE… Memore dell’esperienza avuta con lo ZA3 ho ordinato due cavi XLR, a caso, su Amazon ed ho atteso il giorno successivo per la consegna.

Seconda accensione – e ascolti successivi:

Ricevuto il cavo, questo, ho preferito fare qualche ascolto con collegamento SE per avere una “base” mnemonica sul suono dei V3 Mono in questa configurazione (ricordo che la nostra memoria uditiva può essere inattendibile già a breve termine, figurarsi dopo un giorno).
Dopo un paio di dischi, ovvero meno di due ore di ascolti, mi sono attivato per la sostituzione dei cavi ed ho scoperto una cosa non da poco: i V3 mono scaldano. Eccome se scaldano!!!
Non diventano ustionanti eh, niente di allarmante da questo punto di vista, ma raggiungono tranquillamente i 40/45 °C in ambiente non climatizzato a 20/22 °C dopo qualche ora di ascolti a volumi normali.
Ripeto, non è tantissimo, ma io li avevo posizionati affiancati tra loro con 10 cm di distanza e nulla ai lati esterni/sopra. Montarli impilati potrebbe essere un po’ un azzardo (temo). Ecco spiegato perché ipotizzo che dei fori di areazione laterali più generosi potrebbero aiutare nella dispersione del calore; calore che, va detto, parte dal centro della faccia inferiore dell’involcro che è termicamente accoppiato all’integrato di potenza.

Il passaggio all’ingresso XLR è stato, va detto, un salto in avanti davvero notevole.
Notevole al punto che li sentivo migliori di qualsiasi finale passato tra le mie mani; migliori anche di Vidar 2.
C’era aria, c’era definizione, c’era una gamma media “viva”, c’era una gamma alta coerente… mancava un po’ di basso ma è stato sufficiente accendere il T5 ed aumentare il volme di uno scatto per rimettere tutto a posto.
Per un paio di settimane ho ascoltato solo con i V3 Mono, avevo anche rimesso Vidar nella sua scatola convinto di rivenderlo e rientrare della spesa per l’acquisto dei tre Fosi Audio.

Mi ero anche fatto il film mentale del cablaggio bilanciato dal pre alla panca TV e il collegamento in RCA dal sinto con l’intento di ridurre la dispersione sui cavi di potenza – la dorsale di segnale c’è già, si trattava solo di acquistare cavi, decenti, della giusta lunghezza per effettuare i collegamenti patch quando, purtroppo o per fortuna, mi sono stati consegnati lo ZA3 e l’LC30…
Quale miglior occasione di provare lo switch ampli/altoparlanti se non per fare un confronto al volo con Vidar 2?

Al Fosi Audio LC30 dedicherò, a breve, un articolo dedicato perché si tratta di un prodotto decisamente interessante e, temo, poco apprezzato/compreso.

Ad ogni modo, tornando al confronto tra Vidar e V3 Mono: il confronto è stato effettuato, prima, con il V3 collegato in bilanciato per fare un confronto al meglio delle possibilità.
Devo precisare che il cinese, così configurato, ha un guadagno leggermente inferiore di quello di Vidar per cui dovevo aumentare il volume, su Kara, di 3/4 passi per pareggiare i conti.

Cosa dire? Ad un ascolto non attento e/o con brani con dinamica compressa (commerciali e non) le differenze erano quasi impercettibili. I Fosi V3 Mono si sono confermati, nel mio impianto e per programmi musicali “da radio”, del tutto adeguati e in linea con le aspettative.
Un ascolto più critico, e con brani meglio incisi, l’americano era in grado di prendere il sopravvento in termini di risoluzione reale percepita, dettaglio, spinta in basso e definizione della scena/estensione della stessa.
Si parla di sfumature eh, niente di trascendentale e, ribadisco, cose percebili solamente a seguito di ascolti mirati, con programma musicale selezionato e con cognizione di causa circa l’ampli che stava realmente suonando. Tentare di fare un test in cieco sarebbe stato inutile per via della differenza di guadagno tra i dispositivi.

Ho ascoltato a lungo le due amplificazioni, in modo più imparziale possibile, e con i generi più disparati nonché da tutte le sorgenti in mio possesso. Vidar 2 mi ha sempre regalato esperienze migliori sui brani aventi produzione più curata ma per il resto i Fosi erano praticamente alla pari.
Forse un filo più cupi e chiusi in alto, come se il PFFB strozzasse la gamma alta/altissima rispetto, e con meno “nero infrastrumentale”. Il disco che rendeva davvero evidente la differenza di pasta tra i cinesi e l’americano era, neanche a dirlo, Strings of Steel di Hdges. Il risuonare di manico e cassa armonica quando colpiti in modo percussorio non erano per niente realistici tramite i Fosi Audio V3 Mono, si sentiva il colpo sulla cassa ma non il riverbero sulle corde; Vidar 2 , invece, rendeva appieno l’effetto dell’intero strumento colpito e vibrante.
Se avete ascoltato il disco, o conoscete l’artista e lo strumento, credo possiate capire cosa intendo.

Ho provato, per sfizio, a collegare anche i Fosi tramite ingresso RCA e niente… Vidar 2 prendeva il volo rispetto al cinese. Senza troppi giri di parole.

Nota a margine: i due Fosi Audio, di listino, vengono a circa 1/3 dello Schiit, lo so. Ma si tratta, pur sempre, della mia amplificazione di riferimento.
O meglio: si trattava…

Terza accensione – ok l’HT ma non proprio effetto cinema:

L’ultimo test, che poi è stato il penultimo ma vabbé, ha visto il terzetto collegato ai diffusori frontali dell’impianto HT.
Vidar 2 era tornato in pianta stabile al suo posto a valle delle elettroniche dello stereo, il Fosi Audio LC30 ha preso posto nella panca TV per fare da selettore di amplificazione per le due casse frontali, e i V3 Mono sono stati installati al posto del Rotel RB-993 che aveva iniziato a fare un po’ di bizze (ho poi scoperto dipendenti da polvere accumulata al suo interno).
Mi sono detto: se in stereo erano al pari di Vidar per alcuni aspetti… In HT saranno perfettamente utilizzabili senza problemi.
Ecco: si e no.

Si perché, comunque, la riproduzione audio è il loro pane e quindi per suonare suonavano bene.

No perché, purtroppo, nelle scene d’azione con esplosione e/o panning veloci peccavano di spinta e velocità di reazione. Non saprei come definirla meglio ma, ad esempio, l’attacco al convoglio che attraversa il deserto irakeno con Stark nell’Hummer, all’inizio di Iron Man, suona tutta uguale: colpi di mitra, esplosioni a campo largo ed esplosione “finale”, quella che scaraventa a terra Stark, sembrano avere tutte la stessa identica pressione sonora.
Col Rotel, così come con il nuovo finale 5 canali che eroga un terzo dei watt dei Fosi, ogni tipo di detonazione aveva una sua dimanica ed un suo impatto ben differente e decisamente più coinvolgente.

Per cui, purtroppo, i Fosi Audio V3 Mono non sono più con me…

Suonano bene. In relazione al loro prezzo, sul nuovo, sono forse i migliori finali mono presenti sul mercato ma… Cercando sull’usato, magari aspettando un po’ ed aumentando il budget disponibile, la situazione in due canali diventa un po’ meno favorevole.
Certo è che, se avete poco spazio, necessità effettiva di 100 W per canale le scelte sono davvero pochissime (ammesso che ce ne siano di appetibili e pronte all’uso).

Li consiglierei? Basandomi solo su specifiche e dati oggettivi, probabilmente si. Dopo averci giocato per qualche mese in casa mia e con diverse destinazioni d’uso… Chiederei prima lumi sugli abbinamenti che si hanno in mente di creare e sulla musica ascoltata.