Hi-Fi e cavi… Quante insidie!

Uno non avvezzo al mondo dell’alta fedeltà non immaginerebbe mai che esiste gente, molta gente, disposta a spendere buona parte del poprio stipendio, e in alcuni casi multipli del proprio stipendio, per un amplificatore integrato.
Piuttosto che per una coppia di diffusori.
Piuttosto che per un preamplificatore.
Piuttosto che per un finale.
Piuttosto che per un giradischi.
Piuttosto che per una testina.
Piuttosto che (indicare qui una cosa qualsiasi che si colleghi ad un impianto di riproduzione audio).

Ebbene si: nell’insieme delle “cose qualsiasi che si collegano ad un impianto di riproduzione audio” rientrano anche i vari cavi, cavini e cavetti.

Ovviamente c’è ci crede che senza un cavo “esoterico” un impianto non potrà suonare che malissimo e chi, altrettanto ovviamente, sostiene la tesi diametralmente opposta: ogni cavo, purché non interrotto, suona esattamente uguale ad un altro.

Poi ci sono io (e altri come me) per cui non è vero che un cavo vale l’altro ma che allo stesso tempo un cavo è “solo” un cavo.

O meglio: a mio modo di vedere non è vero che un cavo vale l’altro MA NON HA SENSO spendere migliaia di Euro per un cavo nella “speranza” che possa cambiare radicalmente il suono del nostro sistema.

Sarò brutale: un cavo non “suona” e se, disgraziatamente, dovesse farlo allora non sarebbe un cavo. Sarebbe un filtro.
Un’altra cosa. Una cosa che non dovrebbe essere utilizzata per collegare due elementi di un sistema che deve essere, per definizione, il più fedele e “trasparente” possibile.

Ma se un cavo non suona… Come possono i cavi, tutti i cavi, differire tra loro? Cosa rende un cavo migliore, per quel preciso scopo, rispetto ad un altro?
Banalmente, ma proprio banalmente, ci sono aspetti di un cavo che davvero possono fare la differenza nel nostro sistema. Due su tutti, e bene o male riconducibili a tutte le “tipologie di cavo” (segnale, potenza e alimentazione):

  • costruzione (geometria e materiali)
  • schermatura

Più avanti entreremo nel merito della questione.

Recensione: Paul Gilbert -Get Out Of My Yard

Ottavo album in studio MA primo completamente strumentale di Paul Gilbert – già chitarrista e fondatore di Racer X e Mr. Big nonché dei “supergruppi tributo” Yellow Matter Custard” (The Beatles) e “Hammer of the Gods” (Led Zeppelin).

Premetto che non si tratta di un capolavoro di mastering ma è pur sempre registrato bene e rispecchia in pieno lo stile di PG a livello sonoro.

L’album si apre con la Title Track che, per grande gioia dei negozianti, fa parte del mio insieme di tracce “base” per la valutazione di un impianto perché contiene una bella traccia profonda – ma profonda per davvero – di sintetizzatore/basso, un bel po’ di plettrate sporche che richiedono una certa velocità di risposta e, ultimo ma non ultimo, quella sana dose di pazzia che fa si che ogni volta che la si fa suonare in un negozio la gente ti guarda strano.
Loro sentono rumore ma io so che se il le fondamenta del basso iniziano a perdersi (ammesso che si sentano da quando attacca alla fine del brano) o che se in un paio di occasioni non sento il plettro sfregare sulle corde l’impianto che ho davanti sta perdendo qualche pezzo per strada. Nota a margine: l’impianto che l’ha meglio riprodotto, ad oggi, costava circa come casa mia ed era composto da: abbinata E.A.R. Yoshino CD Acute 4 + Dac 4, Preamplificatore Conrad Johnson GAT, Finale Conrad Johnson ET250ES, Diffusori Magneplanar 20.7 e cabalggi Wireworld Platinum Eclipse.

Altre tracce degne di nota sono:
5. Straight Through the Telephone Pole: anche solo per il groove che caratterizza l’andamento del brano.
12. Haydn / Shympony No.88 “Finale”: è classica allo stato puro. Da ascoltare più e più volte e, soprattutto, da far ascoltare in negozio per far capire la caratura del personaggio anche a coloro che storcono il naso pensando si tratti di uno che fa solo rumore con una chitarra elettrica distorta.
13. Three E’s for Edward: l’Edward in questione è Eddie Van Halen e tutto il brano è suonato su una chitarra acustica elettrificata con sole tre corde tutte accordate in E (il nostro Mi) ad ottave crescenti. Il contenuto armonico del brano è ricchissimo e difficile da riprodurre nonostante la semplicità del brano in sé.

Le altre tracce dell’album sono in classico stile PG ovvero semplici da ascoltare ma tecniche, divertenti, a tratti cattive ma sempre col sorriso sulle labbra.

PS: Anche la traccia 14 “You Kids” merita una menzione particolare: è, credo, la traccia che più ricalca lo stile di Paul al momento della registrazione del disco: divertente, scanzonata e con dei picchi di estro e tecnica che fanno sorridere davvero dall’inizio alla fine (oltre che a fare headbanging come se non ci fosse un domani).

Recensione: Omar Pedrini – La capanna dello Zio Rock

Inquadrare “La capanna dello Zio Rock” è difficile. Dovrebbe essere una raccolta per celebrare i primi vent’anni di carriera di Pedrini ma non si limita ad essere solamente questo.

Dal primo ascolto sono convinto che si tratti di un tributo di Pedrini a tutti i suoi fan attraverso brani del suo repertorio solista e, soprattutto, del suo passato come compositore e cuore pulsante dei Timoria prima che chitarrista/cantante (prima dell’abbandono di Renga) e cantante/chitarrista (dopo l’abbandono di Renga).
Si tratta di un disco spartiacque in cui Omar raccoglie il suo repertorio di genere e stile per definire la sua identità e creare un punto fermo da cui partire per le nuove produzioni musicali.

Pedrini stesso ha definito l’album come un “bel discone con tutto il meglio dei Timoria più alcuni inediti“. E alla fine dei conti di questo si tratta: uno di quei dischi che quando disgraziatamente lo avvicini al cassetto del lettore CD ci si attacca come una calamita e si lascia consumare a suon di ascolti quotidiani.

Dal punto di vista tecnico si tratta di un disco Rock a tutti gli effetti con “poca dinamica” ma registrato/masterizzato davvero bene e con una miriade di chicche, in termini di arrangiamento ed esecuzione, che rendono ogni brano differente dall’originale e divertente da ascoltare e riascoltare proprio anche solo per scoprirle tutte.

Si tratta di un disco maturo sotto tutti i punti di vista.
Di uno di quelli da avere se si ascoltavano i Timoria a cavallo degli anni ’90/’00 per capire quanto di Pedrini ci fosse veramente in quei brani interpretati da Renga.
Omar non li interpreta. Li vive e li racconta con la coscienza di chi ha vissuto le emozioni descritte nei testi e sa di poterlo fare, forse finalmente, senza paura di giudizi e critiche.

Questo è Omar Pedrini.

Il NOSTRO Zio Rock.