Michael Hedges – Strings of Steel

Altro disco acquistato NOS, per sole 10 €, dal mio ex spacciatore di vinili.
Purtroppo ha venduto in blocco tutta la rimenza poco prima della Pandemia.
E io non ne sapevo nulla…

Sta di fatto che durante una delle mie perlustrazioni delle rastrelliere ho trovato questo disco, ancora con la pellicola integra, e non me lo sono fatto scappare.

Si tratta di una raccolta dei primi anni di carriera del chitarrista americano.

Se non sapeste chi fosse Michael Hedges vi rimando direttamente ad un paio di link che saranno sicuramente più esaustivi di quanto possa esserlo io:

Senza addentrarmi nei meriti della sua tecnica e della sua maestria compositiva il mio invito è quello di provare a sedervi ed ascoltare un suo pezzo, qualsiasi suo pezzo, e pensare al fatto che si tratta di un uomo con due mani e una chitarra acustica tra le mani. Non sempre si tratta di semplici chitarre acustiche ma la base è sempre quella.

Potreste trovarvi a scoprire dei limiti dinamici nel vostro impianto con un solo, semplice, strumento da riprodurre.

Recensione: Omar Pedrini – La capanna dello Zio Rock

Inquadrare “La capanna dello Zio Rock” è difficile. Dovrebbe essere una raccolta per celebrare i primi vent’anni di carriera di Pedrini ma non si limita ad essere solamente questo.

Dal primo ascolto sono convinto che si tratti di un tributo di Pedrini a tutti i suoi fan attraverso brani del suo repertorio solista e, soprattutto, del suo passato come compositore e cuore pulsante dei Timoria prima che chitarrista/cantante (prima dell’abbandono di Renga) e cantante/chitarrista (dopo l’abbandono di Renga).
Si tratta di un disco spartiacque in cui Omar raccoglie il suo repertorio di genere e stile per definire la sua identità e creare un punto fermo da cui partire per le nuove produzioni musicali.

Pedrini stesso ha definito l’album come un “bel discone con tutto il meglio dei Timoria più alcuni inediti“. E alla fine dei conti di questo si tratta: uno di quei dischi che quando disgraziatamente lo avvicini al cassetto del lettore CD ci si attacca come una calamita e si lascia consumare a suon di ascolti quotidiani.

Dal punto di vista tecnico si tratta di un disco Rock a tutti gli effetti con “poca dinamica” ma registrato/masterizzato davvero bene e con una miriade di chicche, in termini di arrangiamento ed esecuzione, che rendono ogni brano differente dall’originale e divertente da ascoltare e riascoltare proprio anche solo per scoprirle tutte.

Si tratta di un disco maturo sotto tutti i punti di vista.
Di uno di quelli da avere se si ascoltavano i Timoria a cavallo degli anni ’90/’00 per capire quanto di Pedrini ci fosse veramente in quei brani interpretati da Renga.
Omar non li interpreta. Li vive e li racconta con la coscienza di chi ha vissuto le emozioni descritte nei testi e sa di poterlo fare, forse finalmente, senza paura di giudizi e critiche.

Questo è Omar Pedrini.

Il NOSTRO Zio Rock.

La “Musica Liquida” Pt.2

Eravamo rimasti ad un Macbook, collegato via Toslink a un Audiolab 8200CD V12, a sua volta collegato all’ingresso CD di un integrato Denon PMA-2000AE che pilotava, alla fine della catena, una coppia di Paradigm Monitor 7 V7.
Software utilizzato per la riproduzione: banalmente iTunes.

Non avevo nessuna dimestichezza con tutto il microcosmo della Liquida e con tutte le varie complicazioni, sensate o meno, legate alla sua riproduzione da PC. Oltretutto pensavo, erroneamente, che il collegamento ottico fosse superiore all’USB; alla fine permettevano entrambi un’uscita con profondità di 24 bit a 96 kHz (sull’Audiolab in questione l’ingresso USB era limitato a tali specifiche) con il vantaggio, non irrilevante, che la connessione ottica fosse galvanicamente isolata e, quindi, intrinsecamente libera da tutte le problematiche legate ai miei amati loop di massa (ci farò un post – ma anche una ventina – a riguardo).

Prima di storcere il naso sappiate che i risultati non erano affatto male e che, per alcuni aspetti, anche migliori del collegamento via USB (sempre sfruttando iTunes come software – quello era il vero limite intrinseco del sistema).

Di fatto avevo accesso completo alla mia libreria di musica acquistata sullo store di Apple (non poca roba in realtà – attualmente si compone di 111 album per un tatale di 5,3 giorni di riproduzione), alla mia intera discografia digitale (fisica e non) e potevo comandare tutto quanto anche stando dall’altra parte della casa direttamente dall’iPod Touch con la stessa comodità con cui di solito gestivo la riproduzione in taverna.
Non ho mai sfruttato tanto il servizio Genius di iTunes come agli inizi di questa esperienza…

Poi, però, è successo qualcosa: ho iniziato ad informarmi su cosa poter intervenire per migliorare la qualità generale di ascolto dato che lo stesso brano ascoltato prima su CD e poi dal Macbook non suonava “peggio” ma perdeva un po’ di vita e di brio.
C’era tutto in termini di dettaglio ma mancava qualcosa in termini di velocità di attacco del suono che faceva perdere un po’ della magia che la Musica sa regalare.

Non avendo nulla da perdere e avendo la fortuna di lavorare su ambiente Unix con conseguente libertà d’azione, senza dover impazzire per installare e configurare correttamente i driver per utilizzare al meglio l’ingresso USB dell’Audiolab, mi sono armato di un bellissimo cavetto USB 2.0 Belkin in dotazione all’HUB che utilizzavo quotidianamente (le due sole prese del Mac erano una bella limitazione) e ho iniziato a sperimentare.

Era appena iniziata una delle avventure più divertenti, e lunghe non essendone ancora uscito, della mia carriera da Audiofolle.