Il mio impianto: Rotel RC-1570

Volendo, e dovendo in un certo senso, definire qual’è il mio standard attuale per la riproduzione musicale in casa credo che sia opportuno partire dal dispositivo che, più di tutti, si occupa dell’accoppiamento tra sorgenti e sistema di amplificazione e diffusione: il preamplificatore.

Nel mio caso si tratta di un Rotel RC-1570.
Ma non di un normale Rotel RC-1570.

Ho acquistato questo preamplificatore, insieme al finale Rotel RB-1582, per sostituire il Denon PMA-2000AE; l’intento era quello di risolvere l’unico problema che lo affliggeva: il preamplificatore troppo sensibile che saturava ad alti volumi. All’epoca ascoltavo con delle Paradigm Monitor 7 v7 in un ambiente di praticamente 100 mq e senza preoccupazioni di disturbare qualcuno per cui spesso e volentieri mi trovavo con la manopola del volume oltre le ore 11 e lì iniziavano le frustrazioni…

Con il passaggio all’accoppiata Rotel non ho perso niente della spinta a cui ero abituato e, anzi, il maggior wattaggio del finale ha contribuito a liberare ulteriormente i diffusori canadesi nei passaggi più dinamici e imbrigiliarli un minimo anche a basso volume (col Denon, o meglio col suo preamplificatore, la gamma alta veniva un po’ offuscata e il basso veniva un po’ più in avanti).

All’epoca utilizzavo il lettore Audiolab 8200CD v12 come sorgente digitale e come DAC USB per il MacBook. Avendo il Rotel un DAC integrato in grado di gestire segnali fino a 24/192, contro la limitazione a 24/96 dell’Audiolab, ho fatto qualche raffronto tra i due sistemi trovano l’inglese più dinamico ed energico ma meno dettagliato e rilassante del giapponese per cui li alternavo in base a ciò che volevo ascoltare e come lo volevo ascoltare.

Avendo preso l’accoppiata Rotel usata, all’equivalente del listino del solo preamplificatore, ed essendo riuscito a rivendere il Denon allo stesso prezzo a cui lo avevo acquistato ho deciso di provare a contattare Aurion Audio per capire se sarebbe stato possibile modificare in qualche modo il RC-1570 per portarlo a poter competere con l’Audiolab in termini di resa dinamica, senza perdere in termini di dettaglio ed equilibrio.
Dopo aver ricevuto risposta positiva per una valutazione dell’intervento senza alcun impegno se non il dover sostenere le spese di trasporto (comunque a carico dell’acquirente nel caso di Aurion) ho deciso di affidarmi alle sapienti mani dell’Ing. Ingoglia e spedire il preamplificatore nella speranza che la modifica dello stadio di uscita del DAC fosse un’operazione effettivamente possibile. Inizialmente era solo questo il mio obiettivo: rimuovere il più possibile eventuali limitazioni dovute all’elettronica di filtraggio ed interfaccia posta in uscita al Wolfson WM8740 così da liberare un po’ il suo suono.

La risposta non si è fatta attendere più di tanto e, di fatto, l’Ing. mi ha prospettato la possibilità di intervenire su più aspetti dell’apparecchio:

  • Modificare lo stadio di uscita del convertitore, come da prassi per le modifiche effettute da Aurion Audio, con un circuito a discreti, privo di qualsiasi tipo di controreazione e accoppiato in continua con lo stadio successivo (ovvero senza condensatori in serie al segnale)
  • Modificare leggermente la sezione di ingresso, nello specifico gli operazionali che si occupavano del’ingresso differenziale con dei moduli di maggior pregio
  • Rivedere, dove possibile, l’elettronica posta sul percorso di segnale così da rendere lo stesso accoppiato in DC ed eliminare qualche elettrolitico qua e là dallo stesso
  • Eventualmente rivedere e “maggiorare” la sezione di alimentazione per sopperire al maggior carico richiesto dalle suddette modifiche – questa cosa non è stato necessario farla

Il prezzo proposto era pienamente in linea con il lavoro proposto e, oltretutto, avrei comunque speso meno di quanto mi sarebbe costati il RC-1570 a prezzo di mercato.
Ho quindi dato l’OK per l’esecuzione dei lavori ed ho aspettato un mesetto abbondante per la riconsegna del preamplificatore.

Una volta arrivato sono andato immediatamente dal mio negoziante di fiducia, con l’imballo ancora sigillato da Aurion, per mettere il preamplificatore a confronto con un mostro sacro di preamplificatore e un DAC di lignaggio decisamente maggiore:

  • il preamplificatore di riferimento era uno EAR 912
  • il DAC era un 3D Lab DAC 2000 se non vado errato (non ricordo il modello ma costava, sul mercato, come il listino dell’accoppiata Rotel)

Appena acceso il Rotel non c’era alcun confronto possibile:

L’inglese era di un’altra pasta in termini di dettaglio, raffinatezza e spazialità e lo stesso valeva per il francese ma in termini minori.
Una volta che l’RC-1570 si è scaldato e l’elettronica è arrivata a regime, però, le differenze con il 912 si erano assottigliate di molto soprattutto in termini di tridimensionalità, mentre dettaglio e grana erano ancora a favore dell’inglese ma in modo più sfumato (quelle sfumature che caratterizzano e differenziano prodotti della gamma del 912 tanto per intenderci), mentre il confronto col francese era, di fatto, alla pari con enorme stupore sia mio che del mio amico commerciante.

Il Rotel in questione è stato poi confrontato con altri preamplificatori, ultimo un Classé CP47.5 che viene prosposto sul mercato dell’usato ad una cifra maggiore di quella da me pagata per il Rotel e la sua modifica, nel corso di questi quattro anni, dalla modifica stessa, ma non ha ancora lasciato il suo posto.

Nel dettaglio la modifica apportata si può dividere in tre macro elementi:

  • Modifica completa dello stadio di uscita del WM8740 con un circuito a discreti, privo di controreazione e completamente accoppiato in DC, come da tradizione Aurion
  • Eliminazione di tutti gli operazionali presenti sul percorso di segnale, ingressi linea, con moduli a discreti di produzione Aurion accoppiati in DC e conseguente eliminazione di tutti i condensatori dal percorso del segnale audio
  • Sostituzione dei due operazionali duali volti a gestire l’ingresso differenziale (i connettori XLR) con due modulini basati su AD825 perché i moduli a discreti Aurion non sarebbero stati compatibili con lo spazio a disposizione. I nuovi moduli a componenti SMD, però, dovrebbero essere dimensionalmente compatibili e tranquillamente installabili.

Qui di seguito un piccola galleria fotografica delle modifiche apportate coperte da garanzia a vita.

Il PCB con l’interfaccia di uscita per il WM8740. L’operazionale a discreti in alto a DX si occupa del “bilanciamento” del segnale in uscita dai connettori XLR. La coppia di operazionali sotto costituiscono il vero e proprio circuito di preamplificazione fungendo da buffer tra ingresso e “potenziometro” del volume e amplificatore/buffer di uscita
La tabula rasa di componenti in uscita dal WM8740
Il modulo, basato su AD825, che si occupa della gestione dell’ingresso XLR (QUI qualche info in più)
La targhetta identificativa della modifica siglata, a titolo di garanzia a vita, dall’Ing. Ingoglia

Qui di seguito, invece, due peculiarità poco gradite agli audiofili più intransigenti:

Il multiplexer di ingresso: un MPC507AU prodotto da Texas Instrument.
Di fatto è una matrice di “relé elettronici”. Il suono di relé che si sente al cambio di sorgente è reale ed è dovuto all’interruzione del circuito audio per evitare eventuali sbalzi/picchi di tensione in uscita, interruzione fatta a monte del MUX e a valle del circuito di preamplificazione così da isolare tutte le componenti di sistema da potenziali interferenze.
Il “potenziometro” elettronico PGA2311U prodotto da Texas Instrument.
Purtroppo non si tratta di un componente passivo dal punto di vista del segnale, non è una semplica matrice di resistori multiplexata, ma è dotato anche di un suo buffer di uscita ad operazionali integrati ma è comunque un prodotto decisamente più valido, prevedibile ed affidabile di un potenziometro anche di alto livello.
E lo sbilanciamento tra i canali è praticaemente nullo.

HDCD: Questo sconosciuto

Avete presente quando, all’improvviso, vi si accende una lampadina nel cervello?

Ecco. Mi è successo esattamente questo mentre ero in ufficio (laboratorio di taratura in realtà; sono un metrologo): mi è venuto in mente che, quando ancora utilizzavo il Philips BDP9500 come lettore CD capitava, ogni tanto, che il lettore stesso riconoscesse i dischi come HDCD e che, di conseguenza, abilitava una serie di processamenti del segnale utili rendere la riproduzione, di fatto, una via di mezzo tra un CD e un file ad alta risoluzione. Il segnale PCM veniva rimodulato, in soldoni, da 16/44.1 a 20/44.1 con incremento di dinamica disponibile e, apparentemente, anche una miglior risposta ai transienti e, di conseguenza, un miglior contrasto dinamico.

Avevo approfindito la questione all’epoca ma poi, col passare del tempo e col passaggio alla musica liquida, ho completamente dimenticato questa magia per cui sacrificando uno dei 16 bit di campionamento veniva creato un codice di decodifica utile ad attivare un DSP all’interno del circuito di elaborazione del segnale che, un po’ come avviene quando si decomprime un file, andava ad inserire dei dati “nascosti” all’interno dell’uscita facendo vincere al sistema 5 bit di risoluzione aggiuntiva.

Una sorta di MQA dei tempi che furono e che, attualmente, è in mano a Microsoft.

Il problema, vero, di questo tipo di codifica del segnale PCM è uno soltanto: non è minimamente sponsorizzato sui dischi e, di conseguenza, non ricordo su quanti (né quali) è implementato.

Teoricamente il ripping effettuato con XLD non è distruttivo ed il file FLAC (o ALAC, o AIFF, o WAV, o come esportate voi) generato dal convertitore mantiene la “traccia nascosta” utile alla decodifica completa del messaggio sonoro registrato. Il problema è che, mentre Foobar2000 dovrebbe essere in grado di decodificare l’HDCD, in ambiente NON Windows tale procedura è, in un certo senso, inibita dal fatto che l’algoritmo di conversione è di proprietà di Microsoft e, di conseguenza, non implementato in piattaforme differenti. Oltretutto l’unico software di riproduzione ufficiale risulta essere Windows Media Player

Dove voglio andare a parare vi chiederete voi…
La risposta a questa domanda è semplice: come posso fare per evitare di perdere queste informazioni nascoste e svincolarmi dalla piattaforma di conversione e/o dal fatto che il DAC in mio possesso sia “HDCD compliant” e quindi in grado di digerire tale formato?
In sostanza sto vivendo, in prima persona, ciò che alcuni vivono con la codifica MQA ma con un formato di qualche decennio fa, caduto totalmente in disuso e che, sulla carta, prometteva risultati a metà strada tra un CD Red Book e un DVD Audio.

Laviamo i nostri vinili

Ho sempre lavato i miei vinili, si li ho già lavati senza passare dalla Knosti, munito di tre soli utensili, un piano d’appoggio, un terzetto di panni in microfibra e un detersivo per vetri che, purtoppo, non producono più in versione priva di profumi.

Parlerò prima della Knosti e poi vi racconterò del mio metodo, che non è solo mio credo, che funziona QUASI altrettanto bene MA non è così pratico come la macchinetta tedesca.

L’utilizzo della Anti-Stat è davvero a prova di bambino e l’unica accortezza che bisogna avere bene a mente è quella di non bere il liquido di pulizia (e il fatto che i dischi in vinile sono relativamente fragili – ma questa è un’accortezza che bisogna tenere SEMPRE a mente quando si ha a che fare col formato). Le operazioni da fare sono semplici e sono le seguenti:

  • Estrarre la rastrelliera dal fondo della “vasca di lavaggio”
  • Versare il liquido di pulizia nella suddetta vasca
  • Montare il disco sulla “rotella/mozzo”
  • Inserire il sistema disco+rotella nella vasca posizionando i perni in corrispondenza degli incavi
  • Far ruotare il disco in senso orario e antiorario potenzialmente tutte le volte che si vuole (io ho fatto cinque giri in un senso e cinque nell’altro)
  • Estrarre il sistema disco+rotella dalla vasca facendo colare la maggior quantità possibile di liquido nella vasca stessa
  • Smontare il disco dalla “rotella/mozzo”
  • Mettere ad asciugare il disco sulla rastrelliera estratta al primo punto
  • Ripetere le operazioni dalla 3 alla 9 per tutti i dischi che si vuole compatibilmente con la capacità della rastrelliera stessa.
  • Una volta finito si può recuperare il liquido rimasto in vasca, così come quello colato dai dischi sul fondo della rastrelliera, versandolo nella bottiglietta grazie all’imbuto filtrante fornito in dotazione.

Tempo necessario al lavaggio di un singolo disco stimabile in tre minuti di cui due di lavaggio effettivo e uno di montaggio/smontaggio “rotella”. Il tempo dall’estrazione del disco dalla custodia alla sua completa asciugatura è di una decina di minuti per cui il sistema permette, potenzialmente, di lavare dischi per tutto il giorno senza mai fermarsi anche senza la necessità di comprare una seconda rastrelliera.

Il risultato, lo ammetto, è stato del tutto inaspettato vista la semplicità di utilizzo e la praticità logistica del tutto: disco perfettamente tirato a lucido e carica statica effettivamente annullata; la “croppa” in fondo ai solchi, però, è difficile da rimuovere e il metodo per risolvere è l’ammolo e la pazienza.
L’unico appunto che si può fare al sistema è che le operazioni di travaso, complici i materiali e le geometrie degli sbocchi di vasca e rastrelliera, non sono a prova di sgocciolamento ma direi che è un aspetto del tutto trascurabile.

Passando a come lavavo i dischi prima di scoprire la praticità della Knosti, e il fatto che posso fare tutto senza incorrere nelle ire di mia moglie non avendo bisogno di nient’altro, la soluzione era la seguente:

  • Un piano d’appoggio ad altezza vita (il piano di lavoro della cucina)
  • Un panno in microfibra PULITO come base per appoggiare il disco
  • Quasar vetri non profumato (di fatto acqua distillata e alcool isopropilico)
  • Un secondo panno in microfibra PULITO con cui passare il disco una volta vaporizzato il detergente per i vetri
  • Un terzo panno in microfibra PULITISSIMO con cui asciugare il disco prima di rimetterlo nella custodia

Il tempo necessario al lavaggio di un singolo disco in questo caso coincideva col tempo dall’estrazione del disco dalla custodia alla sua completa asciugatura ed era di cinque/sei minuti. Il vero problema era che dopo un po’ i panni in microfibra erano inservibili perché sporchi o troppo bagnati… Nonostante tutto, però, il sistema è perfettamente realizzabile in qualsiasi abitazione senza necessità di cose strane o materiali difficilmente reperibili.

Voi? Lavate i vostri dischi?
Se si… Come?