Il paradosso dell’ascolto

Chiedendo consigli sull’acquisto di prodotti “Hi-Fi” sui vari forum spesso, se non sempre, si finisce col ricevere il consiglio principe: “Vai in negozio e ascolta con le tue orecchie”.

Bene.

Ottimo.

Certo che è un buon consiglio…

Questo consiglio nasce, a mio modo di vedere, da alcuni problemi fondamentali:

  • Gli “esperti” sono tipicamente persone che non guardano alle prestazioni misurabili dei prodotti (se non ai dati di targa basilari: ovvero la potenza erogata su 8 / 4 ohm di un certo integrato/finale e forse basta)
  • Gli “esperti” sono tipicamente persone che non si fidano, o non sanno interpretare, o reputano inutili ai fini della riproduzione le altre grandezze tipicamente dichiarate per i vari componenti
  • Gli “esperti” sanno, questo è un caso raro ma fortunatamente qualcuno c’è, che il mondo dell’alta fedeltà è un mondo altamente soggettivo, che a va a gusti e in cui, purtroppo (o per fortuna), gli impianti sono spesso assemblati a gusto personale, basandosi sul prestigio di un marchio e/o sulle possibilità di rientro dall’investimento fatto in caso di necessità (o mania compulsiva di upgrade)

Bene: sugli stessi forum, spesso e volentieri, si critica il nostro sistema uditivo come altamente fallace e troppo influenzabile da fattori interni ed esterni all’ascolto.

Io credo esista un modo per poter stimare, a priori, il comportamento dinamico delle elettroniche che compongono un sistema e, in un modo o nell’altro, vedrò di fare dei post esplicativi di questo mio pensiero.

Lo stesso discorso NON è applicabile in NESSUN modo ai diffusori. Qui le variabili sono troppe, troppo complesse e troppo poco prevedibili quindi qui si che bisognerebbe fare ascolti.
Non in negozio però: in casa propria.

Provereste mai una vettura solo ed esclusivamente al simulatore?

E questo è un altro problema. Tutto un altro problema.

Tratteremo anche questo prima o poi…

HDCD: Questo sconosciuto

Avete presente quando, all’improvviso, vi si accende una lampadina nel cervello?

Ecco. Mi è successo esattamente questo mentre ero in ufficio (laboratorio di taratura in realtà; sono un metrologo): mi è venuto in mente che, quando ancora utilizzavo il Philips BDP9500 come lettore CD capitava, ogni tanto, che il lettore stesso riconoscesse i dischi come HDCD e che, di conseguenza, abilitava una serie di processamenti del segnale utili rendere la riproduzione, di fatto, una via di mezzo tra un CD e un file ad alta risoluzione. Il segnale PCM veniva rimodulato, in soldoni, da 16/44.1 a 20/44.1 con incremento di dinamica disponibile e, apparentemente, anche una miglior risposta ai transienti e, di conseguenza, un miglior contrasto dinamico.

Avevo approfindito la questione all’epoca ma poi, col passare del tempo e col passaggio alla musica liquida, ho completamente dimenticato questa magia per cui sacrificando uno dei 16 bit di campionamento veniva creato un codice di decodifica utile ad attivare un DSP all’interno del circuito di elaborazione del segnale che, un po’ come avviene quando si decomprime un file, andava ad inserire dei dati “nascosti” all’interno dell’uscita facendo vincere al sistema 5 bit di risoluzione aggiuntiva.

Una sorta di MQA dei tempi che furono e che, attualmente, è in mano a Microsoft.

Il problema, vero, di questo tipo di codifica del segnale PCM è uno soltanto: non è minimamente sponsorizzato sui dischi e, di conseguenza, non ricordo su quanti (né quali) è implementato.

Teoricamente il ripping effettuato con XLD non è distruttivo ed il file FLAC (o ALAC, o AIFF, o WAV, o come esportate voi) generato dal convertitore mantiene la “traccia nascosta” utile alla decodifica completa del messaggio sonoro registrato. Il problema è che, mentre Foobar2000 dovrebbe essere in grado di decodificare l’HDCD, in ambiente NON Windows tale procedura è, in un certo senso, inibita dal fatto che l’algoritmo di conversione è di proprietà di Microsoft e, di conseguenza, non implementato in piattaforme differenti. Oltretutto l’unico software di riproduzione ufficiale risulta essere Windows Media Player

Dove voglio andare a parare vi chiederete voi…
La risposta a questa domanda è semplice: come posso fare per evitare di perdere queste informazioni nascoste e svincolarmi dalla piattaforma di conversione e/o dal fatto che il DAC in mio possesso sia “HDCD compliant” e quindi in grado di digerire tale formato?
In sostanza sto vivendo, in prima persona, ciò che alcuni vivono con la codifica MQA ma con un formato di qualche decennio fa, caduto totalmente in disuso e che, sulla carta, prometteva risultati a metà strada tra un CD Red Book e un DVD Audio.

Laviamo i nostri vinili

Ho sempre lavato i miei vinili, si li ho già lavati senza passare dalla Knosti, munito di tre soli utensili, un piano d’appoggio, un terzetto di panni in microfibra e un detersivo per vetri che, purtoppo, non producono più in versione priva di profumi.

Parlerò prima della Knosti e poi vi racconterò del mio metodo, che non è solo mio credo, che funziona QUASI altrettanto bene MA non è così pratico come la macchinetta tedesca.

L’utilizzo della Anti-Stat è davvero a prova di bambino e l’unica accortezza che bisogna avere bene a mente è quella di non bere il liquido di pulizia (e il fatto che i dischi in vinile sono relativamente fragili – ma questa è un’accortezza che bisogna tenere SEMPRE a mente quando si ha a che fare col formato). Le operazioni da fare sono semplici e sono le seguenti:

  • Estrarre la rastrelliera dal fondo della “vasca di lavaggio”
  • Versare il liquido di pulizia nella suddetta vasca
  • Montare il disco sulla “rotella/mozzo”
  • Inserire il sistema disco+rotella nella vasca posizionando i perni in corrispondenza degli incavi
  • Far ruotare il disco in senso orario e antiorario potenzialmente tutte le volte che si vuole (io ho fatto cinque giri in un senso e cinque nell’altro)
  • Estrarre il sistema disco+rotella dalla vasca facendo colare la maggior quantità possibile di liquido nella vasca stessa
  • Smontare il disco dalla “rotella/mozzo”
  • Mettere ad asciugare il disco sulla rastrelliera estratta al primo punto
  • Ripetere le operazioni dalla 3 alla 9 per tutti i dischi che si vuole compatibilmente con la capacità della rastrelliera stessa.
  • Una volta finito si può recuperare il liquido rimasto in vasca, così come quello colato dai dischi sul fondo della rastrelliera, versandolo nella bottiglietta grazie all’imbuto filtrante fornito in dotazione.

Tempo necessario al lavaggio di un singolo disco stimabile in tre minuti di cui due di lavaggio effettivo e uno di montaggio/smontaggio “rotella”. Il tempo dall’estrazione del disco dalla custodia alla sua completa asciugatura è di una decina di minuti per cui il sistema permette, potenzialmente, di lavare dischi per tutto il giorno senza mai fermarsi anche senza la necessità di comprare una seconda rastrelliera.

Il risultato, lo ammetto, è stato del tutto inaspettato vista la semplicità di utilizzo e la praticità logistica del tutto: disco perfettamente tirato a lucido e carica statica effettivamente annullata; la “croppa” in fondo ai solchi, però, è difficile da rimuovere e il metodo per risolvere è l’ammolo e la pazienza.
L’unico appunto che si può fare al sistema è che le operazioni di travaso, complici i materiali e le geometrie degli sbocchi di vasca e rastrelliera, non sono a prova di sgocciolamento ma direi che è un aspetto del tutto trascurabile.

Passando a come lavavo i dischi prima di scoprire la praticità della Knosti, e il fatto che posso fare tutto senza incorrere nelle ire di mia moglie non avendo bisogno di nient’altro, la soluzione era la seguente:

  • Un piano d’appoggio ad altezza vita (il piano di lavoro della cucina)
  • Un panno in microfibra PULITO come base per appoggiare il disco
  • Quasar vetri non profumato (di fatto acqua distillata e alcool isopropilico)
  • Un secondo panno in microfibra PULITO con cui passare il disco una volta vaporizzato il detergente per i vetri
  • Un terzo panno in microfibra PULITISSIMO con cui asciugare il disco prima di rimetterlo nella custodia

Il tempo necessario al lavaggio di un singolo disco in questo caso coincideva col tempo dall’estrazione del disco dalla custodia alla sua completa asciugatura ed era di cinque/sei minuti. Il vero problema era che dopo un po’ i panni in microfibra erano inservibili perché sporchi o troppo bagnati… Nonostante tutto, però, il sistema è perfettamente realizzabile in qualsiasi abitazione senza necessità di cose strane o materiali difficilmente reperibili.

Voi? Lavate i vostri dischi?
Se si… Come?