Ho detto che per arrivare a parlare dei cavi di un impianto Hi-Fi ritenevo opportuno partire dall’origine del suono da riprodurre e, quindi, dai supporti audio.
Partiamo col dire che i primi supporti fisici esistenti erano, per forza di cosa, di natura analogica. Il concetto di “supporto digitale” non credo esistesse del tutto ai tempi di Edison e del suo fonografo. Di fatto i supporti analogici contengono la traccia audio così come deve essere letta, eventualmente equalizzata ed amplificata per essere riprodotta senza alcuna conversione necessaria se non il “passaggio di stato” indispensabile per l’estrazione.
Per passaggio di stato intendo il fatto che tali supporti possono essere “letti” in due modi e quindi si possono racchiudere in due gruppi:
- Supporti meccanici: in cui l’informazione è letteralmente incisa nel supporto e lettura è affidata a sistemi meccanici o elettromeccanici
- Supporti magnetici: l’informazione è contenuta, sotto forma di carica magnetica/onda elettromagnetica, e quindi viene “captata” dall’elemento sensibile del sistema di lettura.
I supporti meccanici sono i “più vecchi” e sono stati teorizzati per la prima volta quasi 150 anni fa. Nel 1877 per l’esattezza.
Il primo prototipo, funzionante, di registratore/riproduttore audio di questo tipo è stato presentato da Thomas Edison il 6 dicembre dello stesso anno e fu brevettato e commercializzato nell’anno successivo: era nato il Fonografo.
Dal cilindro utilizzato nel Fonografo di Edison all’utilizzo di dischi non passò molto tempo e, di fatto dai primi anni del ‘900, comparirono gli antenati dei nostri attuali giradichi: i grammofoni.
Fa specie, però, scoprire che il concetto di “microsolco” sia in senso di dimensione del solco stesso che della densità di registrazione, ovvero del distanziamento dei solchi tra di loro, la necessità di ricorrere a materiali “duri” per poter ottenere incisioni migliori e, soprattutto, dell’utilizzo del diamante come elemento di lettura, in ottica di irrigidimento del sistema di lettura stesso e quindi la sua capacità di tracciare anche segnali a frequenza elevata, sono riconducibili, ancora una volta, a Thomas Edison.
Da allora la tecnologia di incisione dei dischi, inizialmente in gommalacca e oggi in vinile, non si discosta da quella ideata da Emile Berliner per i dischi del suo grammofono.
Il vero passo avanti è stato fatto con l’introduzione delle equalizzazioni, utilizzate in fase di incisione del master, utili per risolvere in un colpo solo diversi aspetti negativi del supporto:
- Incidere segnali in bassa frequenza senza l’utilizzo di tali filti comportava “oscillazioni” sensibili della traccia con conseguente perdita di superficie utile e rischio di collisioni tra solchi
- Incidere segnali in alta frequenza a pari condizioni, invece, causava una perdita di informazioni perché queste “si perdevano” all’interno del messaggio musicale registrato.
Fino al 1953 esistevano molteplici curve di enfasi (incisione) e de-enfasi (lettura); tipicamente ogni casa discografica usava un suo circuito di filtro con comportamento simile ma non uguale a quello delle concorrenti.
Nel 1953 la RIAA si è imposta proponendo una sua curva di equalizzazione che è ancora in uso come standard per il formato.
Di fatto, però, il supporto non ha subito modifiche per quanto riguarda il metodo utilizzato per immagazzinare i dati: viene inciso un solco di ampiezza direttamente proporzionale all’intensità del suono registrato e a frequenza identica a quella del suono stesso.
Per questo motivo se avvicinate un orecchio alla testina di un giradischi che sta leggendo un LP potete sentire il brano che state riproducendo sull’impianto esattamente come è stato inciso sul disco.
Se volete approfondire maggiormente gli aspetti storici e tecnici vi consiglio di leggere le seguenti pagine di Wikipedia:
Sulle testine fonografiche torneremo anche più avanti perché da loro si potrà cominicare a parlare, finalmente, di cavi.
Nel prossimo articolo della serie si parlerà di supporti magnetici.