Dire Straits – Brothers in Arms: 20th Anniversary Edition (SACD Ibrido)

Il primo dei SACD da me acquistati grazie ad un’offerta su Amazon.it – non che in genere costi uno sproposito.

La cosa più divertente di questo disco è che fino al dicembre 2019 non sono mai stato in grado di ascoltare lo strato SACD perché sprovvisto di lettore per tale formato. Ho dovuto aspettare solo 7 anni per poterlo fare in casa mia…
E mi sono in parte ricreduto sulla bontà del formato: non tanto per la qualità intrinseca dello stesso quanto perche, effettivamente, il DAC all’interno del lettore lavora al suo meglio e il risultato si sente chiaramente.

Parto dal presupposto che il gruppo è tra i miei preferiti e che reputo questo disco, in questa edizione rimasterizzata, ben mixato, con una buona dinamica e grande spazialità. Faccio presente che si tratta di uno dei primi dischi ad essere registrato completamente in digitale.
Prendo ad esempio l’intro di “Why Worry” in cui i vari strumenti si armonizzano senza mai sovrapporsi ed occupando ognuno uno spazio ben definito, e facilmente intelligibile anche nel resto del brano.

Trovo ci sia poco da dire sulla qualità del disco sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista sonoro anche se, devo ammetterlo, la versione Mobile Fidelity suona decisamente più naturale (ma ne parlerò in un altro post).
Un po’ tutti i dischi del gruppo possono essere ritenuti come esenti da critiche evidenti per quanto mi riguarda…

Passando ai valori aggiunti dello strato SACD, parlo di stereofonico non avendo un impianto multicanale, rispetto allo strato CD Red Book il primo fra tutti è proprio l’aumento della separazione tra gli strumenti, quello che alcuni chiamano “nero infrastrumentale“, unito ad un maggior realismo degli stessi in termini di complessità armonica e resa generale.
Potrebbe anche trattarsi, banalmente, di suggestioni autoindotte ma su “Why Worry” e, soprattutto, la title track del disco si tratta di sensazioni ben riscontrabili nell’attacco delle “plettrate” di Knopfler e nella matericità del tuono e della sua maestosità. Tutto quanto prende un corpo e una sostanza differente.

Riassumento: un disco da avere senza se e senza ma

Recensione: Omar Pedrini – La capanna dello Zio Rock

Inquadrare “La capanna dello Zio Rock” è difficile. Dovrebbe essere una raccolta per celebrare i primi vent’anni di carriera di Pedrini ma non si limita ad essere solamente questo.

Dal primo ascolto sono convinto che si tratti di un tributo di Pedrini a tutti i suoi fan attraverso brani del suo repertorio solista e, soprattutto, del suo passato come compositore e cuore pulsante dei Timoria prima che chitarrista/cantante (prima dell’abbandono di Renga) e cantante/chitarrista (dopo l’abbandono di Renga).
Si tratta di un disco spartiacque in cui Omar raccoglie il suo repertorio di genere e stile per definire la sua identità e creare un punto fermo da cui partire per le nuove produzioni musicali.

Pedrini stesso ha definito l’album come un “bel discone con tutto il meglio dei Timoria più alcuni inediti“. E alla fine dei conti di questo si tratta: uno di quei dischi che quando disgraziatamente lo avvicini al cassetto del lettore CD ci si attacca come una calamita e si lascia consumare a suon di ascolti quotidiani.

Dal punto di vista tecnico si tratta di un disco Rock a tutti gli effetti con “poca dinamica” ma registrato/masterizzato davvero bene e con una miriade di chicche, in termini di arrangiamento ed esecuzione, che rendono ogni brano differente dall’originale e divertente da ascoltare e riascoltare proprio anche solo per scoprirle tutte.

Si tratta di un disco maturo sotto tutti i punti di vista.
Di uno di quelli da avere se si ascoltavano i Timoria a cavallo degli anni ’90/’00 per capire quanto di Pedrini ci fosse veramente in quei brani interpretati da Renga.
Omar non li interpreta. Li vive e li racconta con la coscienza di chi ha vissuto le emozioni descritte nei testi e sa di poterlo fare, forse finalmente, senza paura di giudizi e critiche.

Questo è Omar Pedrini.

Il NOSTRO Zio Rock.

HDCD: Questo sconosciuto

Avete presente quando, all’improvviso, vi si accende una lampadina nel cervello?

Ecco. Mi è successo esattamente questo mentre ero in ufficio (laboratorio di taratura in realtà; sono un metrologo): mi è venuto in mente che, quando ancora utilizzavo il Philips BDP9500 come lettore CD capitava, ogni tanto, che il lettore stesso riconoscesse i dischi come HDCD e che, di conseguenza, abilitava una serie di processamenti del segnale utili rendere la riproduzione, di fatto, una via di mezzo tra un CD e un file ad alta risoluzione. Il segnale PCM veniva rimodulato, in soldoni, da 16/44.1 a 20/44.1 con incremento di dinamica disponibile e, apparentemente, anche una miglior risposta ai transienti e, di conseguenza, un miglior contrasto dinamico.

Avevo approfindito la questione all’epoca ma poi, col passare del tempo e col passaggio alla musica liquida, ho completamente dimenticato questa magia per cui sacrificando uno dei 16 bit di campionamento veniva creato un codice di decodifica utile ad attivare un DSP all’interno del circuito di elaborazione del segnale che, un po’ come avviene quando si decomprime un file, andava ad inserire dei dati “nascosti” all’interno dell’uscita facendo vincere al sistema 5 bit di risoluzione aggiuntiva.

Una sorta di MQA dei tempi che furono e che, attualmente, è in mano a Microsoft.

Il problema, vero, di questo tipo di codifica del segnale PCM è uno soltanto: non è minimamente sponsorizzato sui dischi e, di conseguenza, non ricordo su quanti (né quali) è implementato.

Teoricamente il ripping effettuato con XLD non è distruttivo ed il file FLAC (o ALAC, o AIFF, o WAV, o come esportate voi) generato dal convertitore mantiene la “traccia nascosta” utile alla decodifica completa del messaggio sonoro registrato. Il problema è che, mentre Foobar2000 dovrebbe essere in grado di decodificare l’HDCD, in ambiente NON Windows tale procedura è, in un certo senso, inibita dal fatto che l’algoritmo di conversione è di proprietà di Microsoft e, di conseguenza, non implementato in piattaforme differenti. Oltretutto l’unico software di riproduzione ufficiale risulta essere Windows Media Player

Dove voglio andare a parare vi chiederete voi…
La risposta a questa domanda è semplice: come posso fare per evitare di perdere queste informazioni nascoste e svincolarmi dalla piattaforma di conversione e/o dal fatto che il DAC in mio possesso sia “HDCD compliant” e quindi in grado di digerire tale formato?
In sostanza sto vivendo, in prima persona, ciò che alcuni vivono con la codifica MQA ma con un formato di qualche decennio fa, caduto totalmente in disuso e che, sulla carta, prometteva risultati a metà strada tra un CD Red Book e un DVD Audio.