In preordine, ovviamente su discotecalaziale, dal 3 di settembre mi sarebbe dovuto arrivare oggi ma GLS ha avuto altri programmi e ha posticipato a lunedì.
Poco male: complice un rientro in aereo da Napoli, per lavoro, ne ho approfittato per scaricarlo sull’iPhone e ascoltarmelo un paio di volte con le Sennheiser Sport True Wireless (ovvero l’attuale configurazione per quando corro su tappeto) perché l’andata con l’abbinata Fosi Audio è stata un po’ troppo scomoda per i miei gusti e ne parlerò in un articolo dedicato.
Torniamo a noi: Perfecth.
Sono al terzo ascolto per cui ritengo sia un po’ troppo presto per tirare le somme ma mi sembra un lavoro MOLTO influenzato dall’esperienza acustica fatta nelle Catacombe di Parigi e dalla voglia di sperimentare con effetti di ambienza e arrangiamenti più vicini ad un set acustico/teatrale. Un brano su tutti è “From The Cliff” che richiama anche alle esperienze offerte dalle varie “Desert Sessions” prodotte da Homme nel corso degli anni ma, bisogna dirlo, con una produzione decisamente più raffinata ed emotiva.
Il primo brano che ritengo pienamente aderente al “Robot Rock” cui ci hanno abituati è il terzo: “Where the Goth Girls At?”; brano che mi attinge pesantemente dal primo disco della trilogia appena pubblicata ovvero “…Like Clockwork” (“I Appear Missing” su tutte).
C’è anche spazio per un omaggio alle sonorita Glam/Shock degli anni ’70 e ’80 con una “Sunday” che attinge a piene mani dai Kiss e dalla loro “I Was Made For Lovin’ You”.
Da pelle d’oca, a mio giudizio, il duetto con la cantante country Nikki Lane su “Easy Street”; non solo per l’arrangiamento e le armonie quanto, soprattutto, per il testo che non vi voglio spoilerare ma che spero vi rapisca e faccia riflettere con la sua sfacciata e realistica melancolia sulla vita e su ciò che, volenti o nolenti, si affronta nell’attraversarla.
Ultimo brano che voglio citare, ma non per dare scredito agli altri, è quello che chiude l’album: “Run Away From the Mob”; che chiude il disco in un crescendo riporta indietro i QOTSA di “Villains”, o sarebbe meglio dire “Villains of Circumstance” passando dall’essere un brano un acustico ad un brano elettrico quasi epico che chiude perfettamente il cerchio di un disco meno “pesante” dal punto di vista musicale, meno elettrico e, forse, meno divertente ma decisamente più serio, più maturo e più introspettivo.
I brani, in tutto, sono 9; non tantissimi ma quanto basta per offrire una quarantina (scarsa) di ascolto e, soprattutto, riflessione.
Un disco non immediato ma che vale la pena ascoltare fino a perdere il senso del tempo.
