Recensione: Omar Pedrini – La capanna dello Zio Rock

Inquadrare “La capanna dello Zio Rock” è difficile. Dovrebbe essere una raccolta per celebrare i primi vent’anni di carriera di Pedrini ma non si limita ad essere solamente questo.

Dal primo ascolto sono convinto che si tratti di un tributo di Pedrini a tutti i suoi fan attraverso brani del suo repertorio solista e, soprattutto, del suo passato come compositore e cuore pulsante dei Timoria prima che chitarrista/cantante (prima dell’abbandono di Renga) e cantante/chitarrista (dopo l’abbandono di Renga).
Si tratta di un disco spartiacque in cui Omar raccoglie il suo repertorio di genere e stile per definire la sua identità e creare un punto fermo da cui partire per le nuove produzioni musicali.

Pedrini stesso ha definito l’album come un “bel discone con tutto il meglio dei Timoria più alcuni inediti“. E alla fine dei conti di questo si tratta: uno di quei dischi che quando disgraziatamente lo avvicini al cassetto del lettore CD ci si attacca come una calamita e si lascia consumare a suon di ascolti quotidiani.

Dal punto di vista tecnico si tratta di un disco Rock a tutti gli effetti con “poca dinamica” ma registrato/masterizzato davvero bene e con una miriade di chicche, in termini di arrangiamento ed esecuzione, che rendono ogni brano differente dall’originale e divertente da ascoltare e riascoltare proprio anche solo per scoprirle tutte.

Si tratta di un disco maturo sotto tutti i punti di vista.
Di uno di quelli da avere se si ascoltavano i Timoria a cavallo degli anni ’90/’00 per capire quanto di Pedrini ci fosse veramente in quei brani interpretati da Renga.
Omar non li interpreta. Li vive e li racconta con la coscienza di chi ha vissuto le emozioni descritte nei testi e sa di poterlo fare, forse finalmente, senza paura di giudizi e critiche.

Questo è Omar Pedrini.

Il NOSTRO Zio Rock.

Adele – 19. La recensione

Il primo cd di Adele, come anche gli altri due in studio in realtà, soffre di parecchie scelte discutibili effettuate in fase di produzione ma, nonostante ciò, è sicuramente un disco da avere per gli amanti del genere.
Al di là di tutto la voce della cantante viene restituita (quasi) sempre in modo corretto e ricopre il ruolo di indiscussa protagonista in tutte le tracce del disco; le parti strumentali (soprattutto nei pezzi prettamente acustici) e corali di alcuni brani mi sembrano ben mixate in termini di presenza, presentazione spaziale e dinamica e sono molteplici le situazioni in cui, proprio per questo motivo, mi sono ritrovato ad ascoltare il disco a livelli di volume veramente alti senza rendemene conto…
Fino all’inizio della traccia successiva.

Parlando di “volume” arriviamo, però, alla vera problematica che affligge il disco: la mia idea è che i livelli di registrazione delle varie sessioni non siano stati allineati in fase di ripresa e che, per riportare l’amalgama del disco alla stessa pressione sonora media, la scelta fatta dal produttore sia stata quella di “alzare il volume” delle tracce basse invece che fare l’esatto opposto (che avrebbe avuto decisamente più senso). Il tutto unito da un utilizzo di compressione come se non ci fosse stato un domani…

Da dove mi viene questa idea vi chiederete; la risposta è riscontrabile, banalmente, nella distorsione di ripresa della voce di Adele stessa.
Ascoltate la traccia N° 6 “Melt My Heart To Stone” e poi ascoltate il vocalizzo dal minuto 3:15 al minuto 3:45 della traccia finale “Hometown Glory” (ma anche in altre tracce del brano – quasi tutte).
Nel primo caso non voglio credere che si tratti di distorsione dovuta a saturazione del microfono, o del preamplificatore dello stesso, e non credo lo sia perché una lieve distorsione è presente anche altri momenti in cui la cantante non sembra cantare a pieni polmoni e nei punti in cui tale distorsione sembra sparire è perché vengono applicati effetti di riverbero/eco sulla voce che aiutano a mitigare il problema…
Problemi analogi sono riscontrabili anche nella perdita di spinta della parte strumentale, elettrificata e non, che però non è presente in tutti i brani. In alcune tracce sembra essere stato applicato una sorta di compressore dinamico che strozza tutto quanto e rovina completamente brani che, senza tali limitazioni, sarebbero potuti essere presi davvero per riferimenti in termini di dinamica e spazialità (uno su tutti “Chasing Pavements” che se confrontato al brano successivo “Cold Shoulder” – comunque compresso nella parte finale dove il crescendo viene schiacciato per forza di cose da un volume medio iniziale già elevato – sembra avere per base una sorta di accozzaglia monotona di suoni mal amalgamati).

In sostanza un buon disco, con molti contro e alcuni pro, che sarebbe potuto essere un riferimento e che invece non lo è. Proprio per questo motivo lo reputo, però, un disco da avere anche se non vi piace il genere o la cantante: qui avete un buon esempio di come la musica sarebbe se fosse registrata con cognizione di causa e senza essere mixata e prodotta per essere ascoltata da cuffiette del menga in tram mentre si va al lavoro.

Un consiglio per capire il perché del però: ascoltatelo tutto senza pensare a niente se non ad ascoltare il disco.
Una volta terminato l’ascolto attendete un paio di minuti e fate partire SOLO l’ultima traccia, “Homtown Glory”, e regolate il volume al massimo che riuscite a sopportare (che non credo sarà altissimo).
Respirate per 30 secondi con calma e rilassatevi.
Fate partire la traccia 9 “Make You Feel My Love” allo stesso volume.
Capirete cosa intendo per “la voce della cantante viene restituita […] in modo corretto e ricopre il ruolo di indiscussa […]; le parti strumentali […] e corali […] sembrano ben mixate in termini di presenza, presentazione spaziale e dinamica”.

Il disco sarebbe potuto essere TUTTO così.

Il disco sarebbe DOVUTO ESSERE tutto così; dall’inizio alla fine.